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	<title>Appigli &#187; L&#8217;ombra della magnolia&#8230;</title>
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	<description>"Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine esposta, inservibile alle mete." (Erri de Luca)</description>
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		<title>Idiosincrasie a strati</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 16:12:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[scienze e domande]]></category>
		<category><![CDATA[L'ombra della magnolia...]]></category>
		<category><![CDATA[Montale]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non mi piace e sono alla ricerca di nuove parole per definire il reale, per creare e distruggere e ricreare il reale. E spesso il dolore è l&#8217;unica via al sentire. E certo non manca, mentre torno a casa in autobus, ché la gente guarda la mia espressione di sfiducia, il lato sinistro delle mie labbra piegato verso il basso, a marcare lo sdegno.  Mi guardo attorno e mi sento a mio agio, perché la massa anonima di gente che mi circonda mi fa stare bene, mantiene le giuste distanze che servono alla coscienza per non indagare. So apprezzarle così le persone, nel passato che non conosco, che le porta ad essere lì dove sono anch&#8217;io, senza indagini e approfondimenti. C&#8217;è qualcosa che però passa ugualmente, da qualche stretta feritoia che lascia spazio a un&#8217;intuizione quasi istintiva. L&#8217;odore, forse. Il viso, forse. Forse tutto ciò che circonda una persona e che non è possibile definire. Già, perché non tutta la strada della conunicazione è stata percorsa, non da me, e per fortuna c&#8217;è ancora qualcosa che resta nell&#8217;ineffabile.</p>
<p>E ripenso a Montale a quanto ciò che più mi colpisce della sua scrittura sia qualcosa che ha a che fare con l&#8217;estetica. Mi colpisce la disposizione azzeccata delle parole, che nella frase occupano il posto giusto, come ponte che arriva ai nervi. Un linguaggio oltre il linguaggio, quello di queste parole, come scoprirsi fratelli, ma che forse ora non basta più. So che c&#8217;è la via, l&#8217;unica via, del pensiero e più mi ci addentro, più è difficile scendere a compromesso col profano, con la vita di ogni giorno. E mi guardo attorno e non sto bene. Non so cosa sia questa mia scrittura, che non è narrativa, non è scienza, non è letteratura e non è poesia, ma non posso arrestarla, no. E non posso pagarmi un corso di scrittura, perché non ho soldi da investire, non ho obiettivi fissi, entusiasmi stabili. Talvolta, però, è l&#8217;unica feritoia dalla quale riesco a far uscire ancora qualcosa, ché a parole spesso non so spiegarmi e necessito di calma e solitudine per cercare la linearità adatta al linguaggio. Ma in questo mondo di perfezioni morali, fisiche, estetiche, linguistiche non è ammesso il bisogno, la necessità che appare sempre troppo deplorevole per un umanità così ben fatta. E allora penso a quest&#8217;illusione che ci portiamo dentro, venduta da chissà quale ansia di felicità. Penso alle differenze sociali, a quanto ancora siano motore delle nostre scelte, delle nostre azioni. E forse così è giusto che sia, ma fa male lo stesso e quel <em>male di vivere </em>che attraversa i ponti delle parole di Montale, pervade anche me al pensiero che sotto i miei piedi ci siano meccanismi inconsci e spietati che guidano il mio camminare, che indirizzano il mio sguardo. Non ho abbastanza soldi per accedere alla cultura, non in modo sistematico.  Non ho abbastanza soldi per essere magra, ché a dieta ci si mette chi si può permettere di raggiungere i prodotti <em>no fat</em> sugli scaffali stracolmi dei supermercati. Non ho abbastanza soldi per essere avvenente, come le donne che passando lasciano scie di profumo. Poche volte nella mia vita ho avuto il piacere di farmi una doccia calda, perché le tubature di questa casa sono vecchie, come lo sono i miei vestiti, come il mio viso, che ricorda ere passate, anni ormai morti, sui corpi dei quali sbocciano i fiori del contemporaneo, che sono mondi ordinati, di visioni e sensazioni adatte a cuori semplici. E io con la semplicità non ho molto a che fare, il mio mondo è nel disordine di capelli mai in piega, e i fili intrecciati delle mie visioni sono sempre troppo aggrovigliati per piacere. Il fascino di qualcosa che è altro resta solo impressione, curiosità.  E se oggi i poveri si chiamano <em>diseducati al benessere, </em>allora anche io non ho avuto un&#8217;ottima educazione. Spesso mi sento cresciuta, adulta, ma questa emotività epidermica che spesso mi pervade mi ricorda da dove vengo. L&#8217;arte che tento non è mai compiuta. E se davvero potessi, aprirei a squarcio tutte queste dannate feritoie, con la sola forza delle mani, piantando in profondità le unghie in questa materia apparentemente piena di vita, facendone uscire urla strazianti da questo incessante ferire, da questa eterna lotta. Ché io la ricostruzione alle unghie non ce l&#8217;ho, quindi non posso sedurre un uomo, ma di forza ne ho, e proprio qui, nelle mani, che spesso mi servono per aggrapparmi, tenermi agli appigli, senza cadere.  Erotismi facili, eccitazioni a pagamento, perché è necessario non scordarsi che ogni cosa ha un prezzo.  Ha un prezzo essere belli, ne ha un altro essere colti, ne ha un altro essere ordinati, lineari e ne ha un altro ancora essere curati. Non hanno prezzo queste lacrime, non ne ha la bellezza che tengo stretta, non quella. Non gli occhi verdi di una madre, non la silhouette scura di una figura paterna che guarda oltre il vetro, all&#8217;orizzonte. Non queste forme di vita.</p>
<p>E in scena, adesso, ci sono solo corpi deformi, azioni interrotte, perché il mio fare è così debole, così poco incisivo, che non riesce a prendere posto nel mondo. E intanto provo gli altrove possibili, ché nella conoscenza, quella a cui mi è permesso accedere, ci sono dolori che sono malinconiche gioie. Alla ricerca di mondi dove vivere possa ancora stupire.</p>
<p><em>&#8220;Non è più il tempo dell&#8217;unisono vocale, Clizia, il tempo del nume illuminato che divora e rinsangua i suoi fedeli. Spendersi era più facile, morire al primo batter d&#8217;ale, al primo incontro col nemico, un trastullo. Comincia ora la vita più dura </em>[...]<em>&#8220;</em></p>
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		<title>Ciò che resta</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 19:16:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[Due nel crepuscolo]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[L'ombra della magnolia...]]></category>

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		<description><![CDATA[Il canto del cuculo mi ricorda, da sempre, fin da bambina intendo, qualcosa che non riesco a identificare. Quel suono non ben definito, lontano, appena giunge alle mie orecchie fa sì che io sia assalita da un senso di nostalgia. Non è niente che abbia a che fare con eventi, con persone, ma qualcosa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Il canto del cuculo mi ricorda, da sempre, fin da bambina intendo, qualcosa che non riesco a identificare. Quel suono non ben definito, lontano, appena giunge alle mie orecchie fa sì che io sia assalita da un senso di nostalgia. Non è niente che abbia a che fare con eventi, con persone, ma qualcosa che riguarda me sola, e la notte.</p>
<p>Suoni che mi rimandano nei luoghi dell&#8217;anima più profondi, quasi dimenticati. Sentire un aereo che passa sopra questo tetto mi permette di pensarmi in un percorso che non è fatto di frammenti. Riesco a scorgermi, tramite questi motivi che ricorrono, in una linea continua che non presenta interruzioni.</p>
<p>E la notte, sempre temuta e sofferta e fatta di sonno inquieto, certi giorni appare come occasione per aprirsi al mondo, alle persone, a sé stessi.</p>
<p>Penso alla gente che passa, agli incontri mancati, agli addii. Penso a quanto sia doloroso e innaturale doversi staccare emotivamente e fisicamente da qualcuno. Questo stacco, quando è volontario e non spontaneo, che non segue cioè il corso naturale delle cose, è ciò che non mi permette di pensarmi in un percorso lineare, ciò che rende la mia vita una composizione di momenti, ognuno di questi caratterizzato dalla presenza di qualcuno che da un certo punto in poi diventa passato. E questa parola, passato, è per me sia un participio che un indicatore temporale.</p>
<p><em>&#8220;Non so se ti conosco; so che mai diviso fui da te come accade in questo tardo ritorno.&#8221;</em></p>
<p>E ogni volta è una forzatura. Tornare sui luoghi che per tempo sono stati scenario di felicità e dolore, di vite sognate e forzare la propria memoria per far scivolare tutto nell&#8217;oblio, per la frenesia di vivere presto il futuro che deve essere, anticipare il tempo per far scivolare ciò che finora è stato presente.  E questo innaturale rapporto col tempo è ciò a cui ci costringiamo. E se questo è, la nostalgia è allora il retaggio di un tempo che ho voluto scacciare per la fretta di vivere, è la ferita mai guarita che duole nei momenti di raccoglimento di sé, e che unisce ciò che è stato diviso, è tutto ciò che resta.</p>
<p><em>&#8220;La lima che sottile incide tacerà, la vuota scorza di chi cantava sarà presto polvere di vetro sotto i piedi</em>, <em>l&#8217;ombra è livida -  è l&#8217;autunno, è l&#8217;inverno, è l&#8217;oltrecielo che ti conduce e in cui mi getto, cèfalo saltato in secco al novilunio. Addio&#8221;</em></p>
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