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	<title>Appigli &#187; Eugenio Montale</title>
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	<description>"Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine esposta, inservibile alle mete." (Erri de Luca)</description>
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		<title>Cose care</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 17:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;E ancora le stesse grida e i lunghi
pianti sulla veranda
se rimbomba improvviso il colpo che t&#8217;arrossa
la gola e schianta l&#8217;ali, o perigliosa
annunziatrice dell&#8217;alba,
e si destano i chiostri e gli ospedali
a un lacerìo di trombe&#8221; Giorno e notte, Eugenio Montale
Proprio il ricordo di quelle grida, di quei lunghi pianti  accompagna queste giornate di fiato corto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E ancora le stesse grida e i lunghi<br />
pianti sulla veranda<br />
se rimbomba improvviso il colpo che t&#8217;arrossa<br />
la gola e schianta l&#8217;ali, o perigliosa<br />
annunziatrice dell&#8217;alba,<br />
e si destano i chiostri e gli ospedali<br />
a un lacerìo di trombe&#8221; Giorno e notte,<em> Eugenio Montale</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-363" title="agosto2008_3" src="http://www.appigli.net/wp-content/uploads/2011/04/agosto2008_3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Proprio il ricordo di <em>quelle </em>grida, di <em>quei </em>lunghi pianti  accompagna queste giornate di fiato corto, come se questa nuova vita non  bastasse a cancellare quella vecchia, come se non bastasse andarsene  per riprendere fiato. Fa ancora più male pensare che è ancora la luce, o  forse il buio, di quei giorni a farmi sentire viva, quando tutto rimane  attaccato, quando sembra che il dolore non possa cessare, quando sembra  che l&#8217;unica via d&#8217;uscita sia l&#8217;abitudine, l&#8217;assuefazione al dolore di  una ferita che non può rimarginarsi, che talvolta riprende a sanguinare.  Imparo da questo che non sono i luoghi, non solo loro, a conservare i  ricordi, ma è più la luce che riporta a quelle tinte, sono più i colori  tenui di questa primavera non ancora colma che riportano a quei giorni, a  quelle parole, a quei vestiti indossati che ormai sono vecchi,  scoloriti, stracciati, ma ancora i soli panni che riesco a indossare,  con i quali riesco a sentirmi a mio agio. Non ci sarà città che non celi  nel profondo un ricordo per me, se il cielo, se la luce continuano a  essere sempre gli stessi. Non ci sarà poesia che non faccia riferimento a  quella vita, se quella continua a essere l&#8217;unica vita che ho saputo  vivere, dopo la quale non c&#8217;è narrazione. L&#8217;unica vita sognata, l&#8217;unica vita vissuta, l&#8217;unica che ho saputo conoscere.</p>
<p>E forse la scritta su quel volantino all&#8217;ingresso di questo studentato, la prima scritta che ho letto qui dentro e la prima che mi ha colpito, quella frase <em>Ohne Depression keine Inspiration </em>avrebbe dovuto dirmi qualcosa, e forse era un&#8217;avvertenza, forse voleva essere un&#8217;ammonizione a ricordarmi che non c&#8217;è raggiungimento di felicità senza sforzo, che non c&#8217;è meta che sia raggiungibile senza completa dedizione, no, non c&#8217;è, non per me, non in questa vita, non nella mia.</p>
<p>E questa luce primaverile, proprio ora che gli alberi donano i loro frutti, che i fiori sbocciano, proprio ora tutto riprende forma, anche nei sogni. Proprio ora che la luce è così forte, quando un anno fa pensavo che la primavera potesse portare a una rinascita. E non c&#8217;è luogo, se quando si parte ci si lascia alle spalle la zavorra grigia di una vita superflua e l&#8217;essenziale rimane attaccato, quell&#8217;essenziale che ormai fa parte di una biografia, non c&#8217;è luogo per starsene a riparo da una vita che di continuo emerge, che sgora appena può fra ricordi, pensieri, sogni, parole che fanno poesie, pagine di diari, colori chiari, come quelli di questa e di ogni primavera trascorsa.</p>
<p>L&#8217;esistenza di ognuno di noi non può essere condotta nell&#8217;attesa di qualcosa che non può più esserci, nell&#8217;attesa di qualcosa già vissuta. Non trovo il modo, la chiave e l&#8217;accesso giusti. Solo continuare a camminare per sentieri marginali, sentieri sterrati, alla ricerca di un senso da attribuire a quella vita, significato profondo che cerco in un nuovo linguaggio, nelle forme perfette di una stortura, nella linearità di uno sguardo non centrato, nell&#8217;interazione di un monologo, nella dinamicità dell&#8217;inazione.</p>
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		<title>Ciò che resta</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 19:16:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[Due nel crepuscolo]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
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		<description><![CDATA[Il canto del cuculo mi ricorda, da sempre, fin da bambina intendo, qualcosa che non riesco a identificare. Quel suono non ben definito, lontano, appena giunge alle mie orecchie fa sì che io sia assalita da un senso di nostalgia. Non è niente che abbia a che fare con eventi, con persone, ma qualcosa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Il canto del cuculo mi ricorda, da sempre, fin da bambina intendo, qualcosa che non riesco a identificare. Quel suono non ben definito, lontano, appena giunge alle mie orecchie fa sì che io sia assalita da un senso di nostalgia. Non è niente che abbia a che fare con eventi, con persone, ma qualcosa che riguarda me sola, e la notte.</p>
<p>Suoni che mi rimandano nei luoghi dell&#8217;anima più profondi, quasi dimenticati. Sentire un aereo che passa sopra questo tetto mi permette di pensarmi in un percorso che non è fatto di frammenti. Riesco a scorgermi, tramite questi motivi che ricorrono, in una linea continua che non presenta interruzioni.</p>
<p>E la notte, sempre temuta e sofferta e fatta di sonno inquieto, certi giorni appare come occasione per aprirsi al mondo, alle persone, a sé stessi.</p>
<p>Penso alla gente che passa, agli incontri mancati, agli addii. Penso a quanto sia doloroso e innaturale doversi staccare emotivamente e fisicamente da qualcuno. Questo stacco, quando è volontario e non spontaneo, che non segue cioè il corso naturale delle cose, è ciò che non mi permette di pensarmi in un percorso lineare, ciò che rende la mia vita una composizione di momenti, ognuno di questi caratterizzato dalla presenza di qualcuno che da un certo punto in poi diventa passato. E questa parola, passato, è per me sia un participio che un indicatore temporale.</p>
<p><em>&#8220;Non so se ti conosco; so che mai diviso fui da te come accade in questo tardo ritorno.&#8221;</em></p>
<p>E ogni volta è una forzatura. Tornare sui luoghi che per tempo sono stati scenario di felicità e dolore, di vite sognate e forzare la propria memoria per far scivolare tutto nell&#8217;oblio, per la frenesia di vivere presto il futuro che deve essere, anticipare il tempo per far scivolare ciò che finora è stato presente.  E questo innaturale rapporto col tempo è ciò a cui ci costringiamo. E se questo è, la nostalgia è allora il retaggio di un tempo che ho voluto scacciare per la fretta di vivere, è la ferita mai guarita che duole nei momenti di raccoglimento di sé, e che unisce ciò che è stato diviso, è tutto ciò che resta.</p>
<p><em>&#8220;La lima che sottile incide tacerà, la vuota scorza di chi cantava sarà presto polvere di vetro sotto i piedi</em>, <em>l&#8217;ombra è livida -  è l&#8217;autunno, è l&#8217;inverno, è l&#8217;oltrecielo che ti conduce e in cui mi getto, cèfalo saltato in secco al novilunio. Addio&#8221;</em></p>
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		<title>Felicità intraviste</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 22:03:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[A trick of the tail]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
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		<category><![CDATA[Genesis]]></category>
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		<category><![CDATA[Mad man moon]]></category>
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		<category><![CDATA[The Knife]]></category>

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		<description><![CDATA[Felicità raggiunta: bella utopia! La mia esistenza sembra fatta di tante piccole parentesi di effimera felicità: gente che entra nella mia vita, portando grammi di leggero entusiasmo, per poi andarsene il prima possibile, lasciando un forte senso di amaro. Contentezza legata alle circostanze, perché così si fa, perché così è. Felicità raggiunta, dunque, ma solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Felicità raggiunta: bella utopia! La mia esistenza sembra fatta di tante piccole parentesi di effimera felicità: gente che entra nella mia vita, portando grammi di leggero entusiasmo, per poi andarsene il prima possibile, lasciando un forte senso di amaro. Contentezza legata alle circostanze, perché così si fa, perché così è. Felicità raggiunta, dunque, ma solo per pochi istanti e no, non ci sto, non quando l&#8217;essenza effimera diventa costante (eh, sì, sembra un paradosso, ma non lo è).</p>
<p><em>We can not wait much longer, we want happiness back</em>, cantano bene The Knife. Non credo possa esserci nulla di realmente duraturo in un tempo che per definizione è chiuso da nascita e morte. Ciò che si dovrebbe cercare di fare, credo, sia il tentativo di dilatare il tempo per respirare, anche solo nell&#8217;illusione, l&#8217;eternità di un tempo finito (come scrivevo nella lettera a un&#8217;amica d&#8217;infanzia, in <em>M&#8217;attendo di tornare nel tuo circolo, s&#8217;adempia lo sbandato mio passare, </em>qualche post fa). Cercare il modo, per così dire, di <em>infinitarsi.</em> Respirare, almeno per più di poche ore, il possibile di un futuro. Avere l&#8217;idea di costruire, di non essere raminghi per la vita intera, senza radici che si intreccino con persone e luoghi. E se il nostro tempo è finito, perché dividerlo ulteriormente in mille microframmenti? perché non tenersi per mano, almeno fra individui?</p>
<p>E&#8217; tutto un eccessivo fluire  di parole dette, di strade percorse, di sguardi scambiati senza che siano traccia nel tempo. E ogni volta si tratta di ricominciare da capo: le stesse parole, gli stessi sguardi, le stesse strade, le stesse <em>felicità intraviste,</em> cantava bene De andré. Raccontare di sé, sempre le stesse cose, con la consapevolezza che tanto non c&#8217;è nulla che abbia minima durata.</p>
<p>E non c&#8217;è felicità, non in questi raggi di luce che si spengono subito. E sì, i Genesis avevano ragione a dire che <em>heaven is where the sun shines, </em>ma qui piove da tanto tempo e anche il paradiso sembra lontano.</p>
<p><em>Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama.</em></p>
<p><em><span style="color: #000080;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Tahoma;"><br />
</span></span></span></em></p>
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		<title>Vite di altri</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 18:31:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[scienze e domande]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è così che mi piace vivere. Preferisco i momenti di intensa sofferenza, che comunque mi fanno vedere le cose del mondo con uno sguardo pieno di vita, a questi momenti interminabili di nausea costante che rischia solo di portatmi sempre più giù, senza la bellezza e la piacevole sensazione di sentirmi viva. E ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non è così che mi piace vivere. Preferisco i momenti di intensa sofferenza, che comunque mi fanno vedere le cose del mondo con uno sguardo pieno di vita, a questi momenti interminabili di nausea costante che rischia solo di portatmi sempre più giù, senza la bellezza e la piacevole sensazione di sentirmi viva. E ci si ammala nell&#8217;animo, ma anche nel corpo e la condizione interiore, come sempre, si trova in perfetto accordo con quella esteriore.</p>
<p>Sto acquisendo sempre di più la consapevolezza che negli ultimi tempi ho trasformato questo blog in una sorta di diario. Da che l&#8217;intenzione era quella di porre i miei problemi come oggetto di riflessione condivisa, a che questa pretesa ha cessato di essere e si è risolta in una narrazione chiusa di un mondo interno che non può che essere il mio.</p>
<p>E&#8217; la pretesa dell&#8217;oggettività che mi ha portata fuori strada: l&#8217;idea che debba esserci un percorso collettivo e per questo condivisibile. Adesso mi ritrovo a domandare a me stessa la validità di questo tentativo e il perché del suo fallimento. Per quale motivo dovrebbe esserci una linea teorica che racchiuda in sé una validità condivisa? Per quale motivo ciò che è partecipato dai molti deve essere valido per tutti?</p>
<p>Nella ricerca dell&#8217;oggettività ho la pretesa di uscire da me stessa o quella ancora peggiore di pensare che ciò che io percepisco e che vivo sulla mia pelle sia la percezione di tanti altri.  All&#8217;inizio dell&#8217;indagine scientifica, che è sicuramente il percorso che più di tutti ha come metodo questa pretesa, posso prendere come oggetto di ricerca ciò che è <em>altro </em>da me, ciò che è esterno. Arrivati a un certo punto della ricerca (spesso si tende a identificarlo con il punto massimo) entro in crisi perché capisco l&#8217;impossibilità di non essere soggetto.</p>
<p>Entro in crisi perché la mia vita è costruita nella soggettività, perché le linee generali valgono solo a metà quando la vita mi mette alle strette e trovo molto più conforto nelle parole di Montale che nella psicologia.</p>
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		<title>In principio era il verbo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 01:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Amor Fati]]></category>
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		<description><![CDATA[E l&#8217;idea che poco di ciò che diciamo è frutto del nostro pensiero, che la maggior parte delle parole che pronunciamo è già stata detta un po&#8217; mi spaventa. Poco è quello che creo. Riconosco una verità in questo: soprattutto nel periodo che sto attraversando in cui cerco nelle parole dei poeti una definizione allegorica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E l&#8217;idea che poco di ciò che diciamo è frutto del nostro pensiero, che la maggior parte delle parole che pronunciamo è già stata detta un po&#8217; mi spaventa. Poco è quello che creo. Riconosco una verità in questo: soprattutto nel periodo che sto attraversando in cui cerco nelle parole dei poeti una definizione allegorica di una condizione che con le mie competenze linguistiche non so dare. E così faccio mio un linguaggio che non ho creato, entro a far parte di un universo linguistico nuovo che mi trovo a esplorare e poi ad abitare.</p>
<p>Cerco, ascolto, valuto, ma soprattutto lascio entrare, lascio accoglienza alla penetrazione di parole dette da altri. In un secondo momento posso poi modulare a invocazione, a preghiera, a grido di aiuto il fiato condesatosi in parola, in voce, in incisione che ho lasciato entrare e che ormai si è scritto da qualche parte dentro me. E questa azione attiva mi si presenta come il possibile dentro il quale si racchiude, in un silenzio dinamico che sta per diventare rumore e vita, una rinascita.</p>
<p>&#8220;<em>Quando dal mio buio traboccherai di schianto in una cascata di sangue &#8211; navigherò con una rossa vela per orridi silenzi ai crateri della luce promessa&#8221; </em>(Antonia Pozzi)</p>
<p>Natale, che quest&#8217;anno sento ancora meno come evento sociale, collettivo, lo percepisco dentro me come evento senza tempo, segno interno di un fiore che sboccia, traccia indelebile di una nascita fatta di eterna bellezza. Come queste parole che sfuggono al tempo, cariche di eternità e quindi di bellezza, che lascio a dialogo come invocazione:</p>
<p>&#8220;<em>Pur di una cosa ci affidi padre, e questa è: che un poco del tuo dono sia passato per sempre nelle sillabe che rechiamo con noi, api ronzanti. Lontani andremo e serberemo un&#8217;eco della tua voce, come si ricorda del sole l&#8217;erba grigia nelle corti scurite, fra le case. E un giorno queste parole senza rumore che teco educammo nutrite di stanchezze e di silenzi, parranno a un fraterno cuore sapide di sale greco&#8221;.</em> ( Eugenio Montale)</p>
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		<title>Il segreto delle origini</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 18:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Ossi di seppia]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>

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		<description><![CDATA[Succede quando in preda alla disperazione si cerca un modo per respirare. Per me, poche sere fa, l&#8217;unico modo per respirare era farlo in compagnia del vento, ma senza essere vista, in solitudine e al buio. Mi sono affacciata alla finestra e vedendo gli alberi mossi dal vento e la pioggia che cadeva, mi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Succede quando in preda alla disperazione si cerca un modo per respirare. Per me, poche sere fa, l&#8217;unico modo per respirare era farlo in compagnia del vento, ma senza essere vista, in solitudine e al buio. Mi sono affacciata alla finestra e vedendo gli alberi mossi dal vento e la pioggia che cadeva, mi sono ricordata di come si respira. Essere avvolti da quella natura che racchiude il segreto delle origini, per me ha significato la vita.</p>
<p>Come quando stasera,  dopo un risveglio di sfinimento esistenziale, ho aperto gli occhi sui rami degli alberi, in un tramonto già avviato che tendeva verso la conclusione, verso lo spegnimento. E tutto diventa ossigeno, ma è troppo e tutto il corpo ha voglia e necessità di pianto.</p>
<p>E in mezzo a questo arriva la tua assenza, che trapela dalla natura. Un mutismo originario mi sussurra ricordi, che entrano ormai a far parte del segreto. Ricordi di risvegli pieni di natura, fatti di luci oblique, di vento forte, di freddo nelle ossa, di caldo rassicurante. E dentro me, un frammento di segreto si svela e mi dice che noi, che non ci siamo, non siamo che roccia, che terreno montuoso, che parete a strapiombo, che verdi prati dove lo sguardo si perde.  La nostra natura ci fa essere una giornata incerta in montagna, fatta di alternarsi di sole e nuvole.</p>
<p>E tutto si fa buio e voglio essere io, guidando, ad aprire un varco di luce con i fari e la solitudine diventa necessaria per essere parte di un tutto.</p>
<p>E queste parole sono per te che non ci sei, che ora sei il mediatore del linguaggio tra me e la natura, ma che insegui te stesso altrove. Le dedico a te, alla tua incurabile assenza, e che ti servano da luce per trovare la direzione. Walter benjamin ci parlava della lingua messianica, ma per farlo ha avuto bisogno di indagare le origini.</p>
<p>Lascio queste parole come segno, come incisione, come traccia da seguire, come silenzio da indossare. Lascio che ora siano i retaggi delle origini a rapire l&#8217;anima mia, nell&#8217;attesa di un tempo altro che si coniughi a futuro. Lascio questi luoghi al loro canto, lascio che siano loro a narrarmi il ciò-che-è-stato. Lascio che sia Eugenio Montale a rivolgere al mare le sue parole e lascio che esse rompano il mio delirio e da loro mi faccio accompagnare nel silenzio. E proprio in questo silenzio, per niente dialogico, lascio il Tutto, nella speranza di un eterno ritorno.</p>
<p>Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale</p>
<p>siccome i ciottoli che tu volvi,</p>
<p>mangiati dalla salsedine;</p>
<p>scheggia fuori dal tempo, testimone</p>
<p>di una volontà fredda che non passa.</p>
<p>Altro fui: uomo intento che riguarda</p>
<p>in sé, in altrui, il bollore</p>
<p>della vita fugace &#8211; uomo che tarda</p>
<p>all&#8217;atto, che nessuno, poi, distrugge.</p>
<p>Volli cercare il male che</p>
<p>tarla il mondo, la piccola stortura</p>
<p>d&#8217;una leva che arresta</p>
<p>l&#8217;ordegno universale; e tutti vidi</p>
<p>gli eventi del minuto</p>
<p>come pronti a disgiungersi in un crollo.</p>
<p>Seguìto il solco di un sentiero m&#8217;ebbi</p>
<p>l&#8217;opposto in cuore, col suo invito; e forse</p>
<p>m&#8217;occorreva il coltello che recide,</p>
<p>la mente che decide e si determina.</p>
<p>Altri libri occorrevano</p>
<p>a me, non la tua pagina rombante.</p>
<p>Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli</p>
<p>ancora i groppi interni col tuo canto.</p>
<p>Il tuo delirio sale agli astri ormai.</p>
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		<title>&#8220;M&#8217;attendo di ritornare nel tuo circolo s&#8217;adempia lo sbandato mio passare&#8221;</title>
		<link>http://www.appigli.net/2009/09/29/mattendo-di-ritornare-nel-tuo-circolo-sadempia-lo-sbandato-mio-passare/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 17:31:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ossi di seppia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Per molti l&#8217;infanzia coincide con il periodo più problematico dell&#8217;esistenza e i ricordi che le si attribuiscono hanno sempre un gran carico di tristezza. Per me non è stato così. Tutti i ricordi delll&#8217;infanzia sono molto malinconici, ma credo che sia stato il periodo più significativo della mia esistenza. Tornando indietro col pensiero, posso notare come molto della mia personalità si poteva scorgere già dai primi anni della mia vita. In questo momento, posso farmi carico di quella pesantezza esistenziale che ha segnato il mio viso, i miei lineamenti e le mie espressioni. Posso farmi carico di tutto ciò e con la consapevolezza che allora mi mancava, posso accedere al passato. Capisco solo ora perché le immagini del mare mi prendono allo stomaco, perché non posso non riconoscermi nelle parole di alcuni poeti. Nell&#8217;infanzia ci addomestichiamo a uno stile di vita, costruiamo un immaginario di cui solo col senno di poi possiamo tracciare una linea retta che funga da filo conduttore.</p>
<p>Ed è proprio questo filo fragile che è la memoria che ci permette di attingere alla fonte della nostra esistenza. Per questo motivo dedico le parole che seguono a una delle persone che più hanno lasciato traccia nei miei ricordi di bambina, per quanto lei ignori tutto questo. Le scrivo qui perché chiunque condivida il mio immaginario possa riconoscersi in un percorso comune.</p>
<p>Scritte dopo un sogno che mi ha permesso di rivedere alcuni momenti, queste parole sono per te:</p>
<p><em>Racchiuso nella claustrofobia di una luce incerta, il mio grido strozzato non raggiungeva le tue orecchie di bambina. Sorelle d&#8217;infanzia, di una vita inghiottita dal tempo, urlavo il tuo nome in cerca di soccorso.</em></p>
<p><em>Perse nella solitudine di un cammino senza ritorno, correvamo verso una rete grigia e sui crinali di un vulcano ormai spento. La divisione è arrivata anzitempo: troppo presto per le nostre limpide e cristalline fantasie. </em></p>
<p><em>Sopra di noi non c&#8217;erano che alberi e, intrecciati i loro rami, rendevano una visione del cielo turchino quasi impossibile. Se non da una feritoia della memoria, il nostro passato di sorelle è intrappolato sotto quel groviglio di natura che ne impedisce l&#8217;accesso.</em></p>
<p><em>A te dedico il mio ricordo di bimba, affinché resti attaccato ai tuoi ricci neri carbone, nella speranza di averti al fianco nell&#8217;eternità di un tempo finito.<br />
</em></p>
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