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	<title>Appigli &#187; Antonia Pozzi</title>
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	<description>"Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine esposta, inservibile alle mete." (Erri de Luca)</description>
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		<title>L&#8217;oppressa nostalgia della luce</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 17:50:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-368" title="campagna" src="http://www.appigli.net/wp-content/uploads/2011/05/DSC_0316-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Cos&#8217;è la nostalgia? Mi domando e non so darmi risposta, non in questa lingua contaminata da un&#8217;altra lingua che con lentezza sta entrando a far parte di me nel modo di vedere le cose del mondo, nell&#8217;osservare, nel reagire, nel relazionarmi. Non so dirmi se è una mancanza o un sentirsi pieni di qualcosa che è stato digerito e che, nonostante faccia ormai parte di me e in qualche modo mi caratterizza, sento lontana. Poi mi dico e percepisco che non necessariamente la nostalgia è legata al passato e mi chiedo anzi se si può parlare di nostalgia nei confronti del futuro, evadendo un po&#8217; dalla linearità del tempo, del tempo al quale siamo abituati a pensare. Ho nostalgia di me bambina, dei capelli biondi che avevo, degli affetti sicuri e sempre presenti, quelli di cui avevo bisogno in quel momento e che, fortunatamente, ci sono sempre stati, come qualcosa di sicuro, di intoccabile, qualcosa che veniva dato per scontato perché c&#8217;era. Ho nostalgia di quegli affetti e ne ho ora, proprio ora, in questo presente nel quale quegli affetti non bastano più, che pur sempre sono importanti, ma non colmano il vuoto di una solitudine nella quale bisogna farcela da soli, al di là degli affetti.</p>
<p>Mi chiedo se si ha nostalgia di qualcosa che non si può più raggiungere, se si ha nostalgia delle cose lontane, o se si ha nostalgia delle cose perdute, dove per perdute intendo mai raggiunte, dei futuri, appunto, mai realizzati. Ho nostalgia della bellezza che ho vissuto senza essere consapevole, ho quindi nostalgia di un mancato sentire, ho nostalgia di una mancata coscienza, che ora dà significato alle azioni svolte e che prima, nel presente di allora, era assente. Ho nostalgia di uno sguardo mancato, nostalgia nel non aver visto. Quasi come forma di redenzione. Ho nostalgia di un cielo sotto il quale sono restata solo poche ore, per poi attraversarlo ancora in un ritorno a casa. Ho nostalgia di non aver vissuto una persona fino a essere arrivata ad averne noia. Ho nostalgia di litigi mancati, di non esserci consumati nelle nostre debolezze. Ho nostalgia delle parole non dette, quelle parole che sono rimaste in un luogo mai conosciuto, mai vissuto, mai sperimentato, mai abitato. Abitato nelle parole e negli spazi, spazi di noi, di noi ed esterni a noi, esterni che si affacciavano su altrove, altrove che erano possibilità, e proprio di quelle possibilità porto ancora addosso le cicatrici di nostalgia.</p>
<p>Qui, suggeriscono un&#8217;altra variante di nostalgia che si riferisce alla patria, al luogo d&#8217;origine. <em>Heimweh. </em>Maldipatria. E dicono che la nostalgia sia un concetto culturale. E in questi giorni riesco a sentire questa nostalgia nei confronti del mio paese, ma la mia nostalgia non ha niente a che fare con un sentimento di malessere. Se sono nostalgica non è dolore quello che sento. Ho nostalgia di un&#8217;espressione della vita che sia totale, per nulla particolare. Ho nostalgia dei volti conosciuti, penetrati da una cultura che mi appartiene (eh sì, lei appartiene a me). Ho nostalgia della primavera finora conosciuta, delle sigarette fumate in cucina in controluce, in compagnia di mia madre, nell&#8217;ora del crepuscolo. Ho nostalgia dei colori forti e decisi, dei gesti iperbolici, delle grida che raggiungono posti lontani, dell&#8217;eco che rimbomba in posti dimenticati, che arriva dritta al cuore. E la nostalgia è nel linguaggio e verso il linguaggio e la nostalgia è ciò che spinge a creare nuovi linguaggi, quando quelli già usati ci sembrano lontani e per descriverli abbiamo bisogno di parole nuove. Ho nostalgia delle parole che così bene hanno dipinto quei sogni, trasportandoli in una dimensione altra, materiale, esterna. Ho nostalgia delle parole conosciute, quelle sulle quali ho pianto e quelle che mi hanno accompagnata per lungo tempo. Ineffabile. Frammento. Nostalgia. Malinconia. Nostalgia della luce. Verde. Das Kommende. Amante. Labirinti. Geografie. Dialogare. Incubi.Terra. Figure parallele. Crepuscolo. Risorgere.</p>
<p>Ho nostalgia del pianto, di quando era dedicato a te.</p>
<p>Enthebe mich der Zeit der du</p>
<p>entschwunden</p>
<p>und loese mir von innen deine Naehe</p>
<p>Wie rote Rosen in den Daemmerstunden</p>
<p>Sich loesen aus der Dinge lauer Ehe</p>
<p>Dispensami dal tempo al quale sei</p>
<p>sfuggito</p>
<p>staccami da dentro la tua vicinanza</p>
<p>come le rose rosse all&#8217;imbrunire</p>
<p>si staccano dalla morbida unione delle cose.</p>
<p><em>(Foto di </em><a title="Festinalente" href="http://festinalente.ztl.eu/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/festinalente.ztl.eu');">Roberto Laghi</a><em>)</em></p>
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		<title>Sulle rive del Neckar</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 22:21:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Ed io al crocicchio,
a decifrare nomi
di strade sconosciute -
sola alle soglie
di una città nuova,
sola con la mia preda
di felicità &#8211; con l&#8217;eco
della tua voce.&#8221; Tre sere, Antonia Pozzi
Non so definirlo. Andare via senza avere una data precisa di ritorno è strano. Sento che la solitudine, in questi primi giorni, non pesa. Anzi, è il modo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ed io al crocicchio,<br />
a decifrare nomi<br />
di strade sconosciute -<br />
sola alle soglie<br />
di una città nuova,<br />
sola con la mia preda<br />
di felicità &#8211; con l&#8217;eco<br />
della tua voce.&#8221; Tre sere, Antonia Pozzi</p>
<p>Non so definirlo. Andare via senza avere una data precisa di ritorno è strano. Sento che la solitudine, in questi primi giorni, non pesa. Anzi, è il modo migliore per starsene veramente con se stessi, lontani dal mondo in cui a ogni cosa è legato un ricordo. Non che qui non accada, tutt&#8217;altro. Proprio per cercare la poesia che contiene le poche righe qui sopra citate, ho dovuto aprire la raccolta di Antonia e anche qui, lontano dai luoghi in cui quelle pagine sono state sfogliate, quel libro ha il sapore dei giorni trascorsi a piangerci sopra. Il pensiero che ne è scaturito è stato bello, però; ho pensato che quell&#8217;uomo non sa che a lui è dedicato un intero libro di poesie. E che poesie.</p>
<p>E pochi minuti fa è successo qualcosa di ancora più bizzarro: leggendo una vecchia mail, nella quale proprio quell&#8217;uomo fortunato mi correggeva uno scritto, per un attimo mi sono dimenticata il dove mi trovo. Germania! E sorridere. Poi, guardasi attorno e scoprire che è un posto semisconosciuto, che non sono seduta sulla sedia di camera mia, o meglio sì, perché questa è camera mia, ma non quella di sempre. Fa bene allontanarsi, si impara a badare all&#8217;essenziale, si smistano i ricordi e si capisce quali sono quelli che vale la pena tenersi stretti e quali invece è meglio lasciare lì, attaccati alle cose caduche.</p>
<p>I miei poeti li sento vicini e questo posto fatato si adatta bene ai versi di Antonia. Non a caso oggi, sulle rive del Neckar, ho ripensato ai versi di <em>Tre sere.</em> L&#8217;amore, l&#8217;amore, quello fuggito e mai più tornato, anche questo mi fa sentire vicina alla Pozzi e con l&#8217;amore anche &#8220;l&#8217;oppressa nostalgia della luce&#8221;. Chissà quanti errori faccio oggi e non c&#8217;è nessuno che mi corregge. Chissà se sbaglio ancora la consecutio, sicuramente sì.</p>
<p>E anche adesso mi volto ed è Germania. Anche se guardo davanti a me, dentro le case altrui. C&#8217;è qualcosa che stabilisce una diversità, che si intuisce anche dall&#8217;illuminazione. Tutto fa un po&#8217; <em>alles in Ordnung</em>. Ed è estremamente diverso dal paese in cui ho sempre vissuto, eppure siamo in Europa. La globalizzazione esiste, ma ci si pensa in maniera sbagliata, come accade sempre se si fa riferimento solo ai numeri, alle statistiche. E&#8217; vero che fra gli scaffali dei supermercati di questa città tedesca trovo senza sforzo la pasta della Buitoni, ma cosa dire dell&#8217;ampio spazio che dedicano ai cereali, alla pasta integrale, alla frutta secca, ai prodotti biologici? Che dire del fatto che i prodotti che vengono promossi non sono certamente gli stessi dei supermercati italiani? Che dire del fatto che gli yogurt della Mueller non sono gli stessi che trovo in Italia? forse sto ripetendo semplicemente qualcosa che è stato già detto, sicuramente da Ulf Hannerz ne <em>La diversità cultrale</em>, quando ci spiega che nella globalizzazione è proprio la cultura a determinare la tipologia di adesione al fenomeno e per questo non si può parlare di una cultura omogenea neanche in questo caso.</p>
<p>Ogni cosa diventa un problema, le abitudini vanno azzerate e bisogna reinventarsi quasi da capo. Non credo che una sola parte della vita umana, il commercio, possa fagocitare così facilmente tutte le altre, così pensando, daremmo troppo credito a Marx e ridurremmo di nuovo la realtà di due uniche parti. Talvolta appare necessario un atto di umiltà, nel tentativo di non aver troppa fretta nel giudicare i non ancora visibili esiti dei processi non ancora completamente maturati. E l&#8217;analisi deve esserci, quella sì, ma che serva al futuro nel guardare il presente come passato, perché solo menti geniali e profetiche spesso sono davvero capaci di capire il qui e ora.</p>
<p>E dopo questo sproloquio di poesia, Germania e supermercati guardo alle mie spalle la stanza che mi sta accogliendo, che piano piano sto facendo mia, stavolta veramente da zero. E sento che le note della canzone che segue sono quelle che accompagneranno questa costruzione.</p>
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		<title>L&#8217;odore delle cose</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 21:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non mi succedeva da tempo. Ho tentato in tutti i modi di non affezionarmi agli oggetti, di non renderli testimoni, emblemi di qualche avvenimento legato al passato. Ho tentato di non possedere nulla, in questo specifico senso, che andasse al di là di me stessa, che non fosse quindi memoria, ricordo, qualcosa che inizia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non mi succedeva da tempo. Ho tentato in tutti i modi di non affezionarmi agli oggetti, di non renderli testimoni, emblemi di qualche avvenimento legato al passato. Ho tentato di non possedere nulla, in questo specifico senso, che andasse al di là di me stessa, che non fosse quindi memoria, ricordo, qualcosa che inizia e finisce con i limiti della mia possibilità di intervento sul mondo. Ieri ho scoperto che non è così, che non posso farlo. Non so dire fino a che punto gli oggetti supportano la memoria, fino a che punto la memoria è invece indipendente dagli oggetti. So che le cose, oltre alla loro fisicità che le rende visibili, hanno anche un odore. Al di là delle scritte stampate in una lingua straniera su un biglietto dell&#8217;autobus di una città lontana, che si rendono immediatamente visibili, percettibili, l&#8217;odore che le cose conservano è ciò che forse più contrae i piani temporali, che in pochi istanti rende presente il passato.</p>
<p>Nel pensare al viaggio, l&#8217;accento viene eccessivamente posto sul piano geografico, ma così non dovrebbe essere. Ciò che più ha senso sottolineare in uno spostamente è che esso è frapposto fra un prima e un dopo, un prima che definisce il <em>lì </em>e un dopo che definisce il <em>qui. </em>Così, la cosa più straziante da pensare quando l&#8217;odore dei vestiti, che appositamente avevo lasciato nella valigia, che non avevo disfatto per ritardare il più possibile questo momento, mi riporta a quegli istanti ormai perduti, è che pur tornando nello stesso luogo geografico, rimarrei delusa nel non ritrovare tutto ciò che era <em>prima.</em></p>
<p>E adesso, nel <em>dopo, </em>la visione di un cielo grigio non sarebbe la stessa, così come il respiro di pioggia che bagna, di quell&#8217;umidità che non potrà più avere lo stesso sapore di quel preciso momento, che non può tornare. E l&#8217;odore della mia pelle non è il solo che rimane attaccato ai vestiti e nel tirarli fuori dico a me stessa che sì, quell&#8217;odore lì è l&#8217;odore di Berlino, l&#8217;odore di Berlino in quei giorni, che non sarà mai e mai più l&#8217;odore di Berlino di altri giorni.</p>
<p>E&#8217; un disperato tentativo di prolungare ciò che non può essere durevole con qualcosa che può esserlo ancora meno; faccio l&#8217;impossibile per far sì che la memoria non svanisca affidando questa alle cose, che, per natura, non possono che essere di breve durata.</p>
<p>Non so quale sia il giusto modo di vivere, come si sta al mondo, ma so cosa non mi aiuta a stare bene e fra tutto questo, sto male al pensiero che le cose possano durare solo pochi giorni, poche ore. Chi decide di abbandonarsi al tempo, all&#8217;effimero, può farlo esclusivamente in totale assenza di coscienza, altrimenti la sua vita sarebbe piena di angosce e i suoi sogni non potrebbero che essere tormentati.</p>
<p>Spero di avere la decenza e il pudore, in futuro, di essere all&#8217;altezza della mia inclinazione. Spero che l&#8217;odore di quella vita intravista possa svanire presto, perché della brevità e solo di questa può essere degna un&#8217;apparizione.</p>
<p><em>&#8220;Il senso delle cose toccate nessuno ti cancellerà più dalle dita&#8221;</em></p>
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		<title>Parentesi</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 13:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Lascio queste riflessioni che seguono come testimonianza di un viaggio che avrei dovuto fare da tempo e che alla fine è arrivato. L&#8217;intento con cui ho scritto certe cose è quello di riportarle come fotografie, diapositive, nulla di più. Alla base c&#8217;è il desiderio di non far cadere tutto nell&#8217;oblio, di collezionare  il più possibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lascio queste riflessioni che seguono come testimonianza di un viaggio che avrei dovuto fare da tempo e che alla fine è arrivato. L&#8217;intento con cui ho scritto certe cose è quello di riportarle come fotografie, diapositive, nulla di più. Alla base c&#8217;è il desiderio di non far cadere tutto nell&#8217;oblio, di collezionare  il più possibile per non lasciare tutto al logorio del tempo.<br />
</em></p>
<p>Definire cos&#8217;è una partenza e cos&#8217;è un ritorno ora non mi sembra cosa possibile. Mi sembrava possibile qualche mese fa, quando leggevo Antonia Pozzi scrivere che il ritorno è &#8220;una cosa che, per qualche ora, scioglie i groppi duri che separano l&#8217;oggi dall&#8217;ieri e che fonde il passato e il presente con sicurezza fresca, dove il male non ha luogo&#8221;. Queste parole mi lasciano nel silenzio ancora adesso, ma non è più  su questo tipo di ritorno che invito me stessa a riflettere, quel ritorno che colma mancanze, che ricuce ferite profonde, che dà amore e sollievo laddove trova dolore e sconforto. No, non questo ritorno, che ormai, a distanza di quasi un anno, appare cicatrizzato.  Rifletto su un ritorno che è tale in quanto si presenta come conseguenza di una partenza e di un arrivo.</p>
<p>Partire. L&#8217;idea di lasciare qualcosa, con la consapevolezza che al ritorno il mio sguardo sarebbe stato diverso, più complesso, nuovo, altro, mi faceva paura, come sempre accade di sentirsene pervasi di fronte alla conoscenza. Tirarmi indietro poteva essere una soluzione, ma troppe volte l&#8217;ho fatto e forse, mettere piede su quella dannata nave mi avrebbe fatto recuperare una parte di me che sentivo perduta, ma che volevo sentire di nuovo mia, per avere un ritorno anche nella partenza, ritorno di qualcosa che ho lasciato per strada e che si identifica nella sete di mondo. Così, lasciare tutto qui e partire, con poco e niente addosso, ma tanto dentro, tanto che era speranza, aspettativa, voglia di ricerca, senza alcuna pretesa, solo tanto timore e consapevolezza che, anche se per poco, tutto sarebbe cambiato e il senso dell&#8217;effimero che non voglio nella mia vita, mai come questa volta ho dovuto caricare sulle mie spalle.</p>
<p>16.08.2010</p>
<p>In viaggio per i Balcani</p>
<p>[...] Davanti solo il buio, che è l&#8217;oscurità della conoscenza. E&#8217; come mollare la presa, cadere nel vuoto senza sapere con esattezza dove si atterra. Dietro qualche luce ancora, poi il buio. Siamo partiti.</p>
<p>Scrivevo questo su un quaderno di appunti, appena la nave che mi avrebbe portata su un&#8217;altra terra stava salpando dal porto di Ancona. Partire era necessario, sentito come si sente la fame e la sete e addosso avevo solo la frenesia di conoscere e vedere cose nuove, scoprire volti mai incontrati, poggiare i piedi su una terra mai attraversata. In testa i nomi di tre paesi, Croazia, Montenegro e Bosnia, tre nomi che erano contenitori vuoti di conosciuto, ma pieni di immaginato e lì, su quella nave, mi esercitavo a cercare definizioni per quel momento che non potevo circoscrivere in nessuna categoria di tempo vissuto prima e l&#8217;unica cosa da fare era abbandonarsi all&#8217;ipotesi.</p>
<p>La bellezza che sentivo a livello cosciente era nella percezione dello spostamento. Sapevo che più che l&#8217;arrivo alla destinazione prefissata, ciò che mi interessava era passare attraverso, senza sosta, in un continuo fluire, per capire il senso profondo dell&#8217;andare.</p>
<p>27.08.2010</p>
<p>Di ritorno dai Balcani</p>
<p>E&#8217; una notte. Poche ore. Tutto alle spalle. E&#8217; una vita.</p>
<p>Scrivevo guardando il sole sorgere e davanti, ancora non troppo vicino da poterne distinguere con chiarezza le varie parti, il porto di Ancona. Tornare è forse più difficile che partire, come rinascere per la terza volta. E poi, di nuovo le abitudini di sempre, un po&#8217; di smarrimento all&#8217;inizio, che addosso porta ancora l&#8217;euforia del viaggio, e poi la depressione che deriva da questi volti che non hanno nulla di nuovo, da questi luoghi che riprendono a essere quelli di sempre. Dentro tanti buoni propositi, buone energie che cerco di tenermi strette con il tentativo di non lasciar cadere tutto a terra ancora una volta, lasciando circoscritta quest&#8217;esperianza alla circostanza di viaggio, racchiudendola in un piccolo frammento, come se fosse qualcosa che è all&#8217;esterno, che è altro da me.</p>
<p>Quello che c&#8217;è stato in mezzo a queste due parentesi, partenza e ritorno, è difficile spiegarlo; ho visto spiagge, scogliere, moschee, sinagoghe, cicatrici di proiettili sui muri, fiumi, rocce, cimiteri sconfinati, tramonti, albe e poi volti, innumerevoli volti, volti europei, volti d&#8217;oltreoceano, volti segnati dalla guerra, sguardi accesi, gente triste. Ho sentito parlare tante lingue e mi sono fatta carico di accoglierle nella mia, tanto che alcuni giorni ho percepito una certa difficoltà a parlare la mia lingua, senza che fosse pensata sulla base strutturale di un&#8217;altra. Ho incontrato persone che i miei passi hanno cercato, non solo durante questo viaggio, ma in tutto il mio percorso; persone che vengono da realtà troppo differenti dalla mia, che hanno vissuto vite fatte da educazioni e stili di vita che non hanno nulla a che vedere con me. Nel momento in cui c&#8217;è stato un incontro, ho capito insieme a questa gente di essere allo stesso punto, di camminare nella stessa direzione, ora, qui. E resto senza parola e mi prende un groppo allo stomaco a pensare a come, a volte, l&#8217;intesa trascenda la comunicazione, il linguaggio e come riesca a farmi capire e a capire perfettamente qualcuno che non parla la mia lingua, come la comprensione con queste persone sia più immediata di quella con quei tanti che parlano l&#8217;italiano. Non posso continuare a prendere certi incontri come casuali e mi tengo stretti certi stati d&#8217;animo, certe speranze, come quella se non altro di sapere che anche lontano e oltre questa terra che abito è possibile trovare compagni di viaggio.</p>
<p>Sarajevo</p>
<p>24.08.2010</p>
<p>Attraverso gli altri posso capire qualcosa di me e delle parti di me mi sono utili per capire gli altri. [...] E&#8217; stato bello condividere del tempo con loro e capisco che ciò che più mi sta entrando nel cuore in questo viaggio sono le persone.</p>
<p>Arriviamo a Sarajevo alle cinque del mattino e ci entra subito dentro. I palazzi portano gli stessi segni che portano le persone nel volto e nell&#8217;anima. &#8220;Mi chiamo S., ho trent&#8217;anni e&#8230; sono sopravvissuto alla guerra&#8221; ci dice un ragazzo che lavora nel ristorante dove stiamo cenando. Si siede spontaneamente accanto a noi, ha voglia di parlare. Con un po&#8217; di difficoltà linguistiche riusciamo a comunicare. Ha uno sguardo molto dolce e questa sua voglia di parlarci mi riempie di gioia. Ci scambiamo la mail e lo invitiamo a venirci a trovare a Roma, ma ci spiega che non può, perché è musulmano e non non gli danno il visto.</p>
<p>Sarajevo sembra essere la città degli incontri, quelli che non abbiamo fatto nei posti visitati prima di arrivare lì. In ostello conosco due ragazze bulgare, una parla inglese, l&#8217;altra no, ma riusciamo comunque a comunicare tramite gesti, sguardi e con l&#8217;aiuto delle traduzioni della prima. Parliamo delle differenze dei due sistemi accademici, quello bulgaro e quello italiano, delle dinamiche politiche dei nostri paesi, che sembrano assomigliarsi più di quanto pensassimo, della gente che dorme in camerata con noi e che non ha voglia di conoscere, di parlare, di scambiare. Ci confrontiamo su nodi della vita che per me sono di estrema importanza, essenziali e capiamo di viaggiare sulla stessa linea. Mi offrono sigarette e tabacco tutta la sera e io sono stanca e addosso ho un po&#8217; di tristezza, ma questa totale condivisione mi riempie il cuore di gioia e percepisco sul momento, forse come poche volte mi è capitato, la portata di ciò che sto vivendo. Mi piacciono i lineamenti del loro viso, il modo in cui parlano la loro lingua, in cui si muovono. Cantano una canzone in bulgaro all&#8217;unisono e sono felice, anche se sono stanchissima, sporca e non ho modo di lavarmi.</p>
<p>Mi rendo conto che questo è il viaggio migliore che potessi fare, quello che attraversa le persone, le loro storie e mi prometto di volerlo fare sempre, non solo fuori dal mio paese, in modo tale che l&#8217;andata e il ritorno ci siano, ma che siano inserite in una circolarità, non in un segmento che ha inizio e fine.</p>
<p>Sarajevo è anche condivisione di momenti di dolcezza, che anche se per poco tempo, sanno essere incisivi. E allora, ancora, un&#8217;ora, una giornata, una vita intera e resta il desiderio che è quello di incontrare e incontrarsi, di tenersi la mano e alzare insieme lo sguardo stupito verso l&#8217;alto, a rompere l&#8217;orizzontalità della quotidianità che porta alla cecità, per scoprirsi vicini.</p>
<p>Sarajevo</p>
<p>24.08.2010</p>
<p>[...] Ci scambiamo baci effimeri perché entrambi sappiamo che potranno non essercene altri e cerchiamo di non perdere tempo, di prendere dall&#8217;altro tutto il possibile da condividere e di donarsi per quei pochi attimi che la vita ci sta offrendo come possibilità. E una parte di me se ne va in quella mano alzata a saluto dal finestrino chiuso di un taxi, negli ultimi baci rubati, ché l&#8217;autista non può aspettare in eterno e mentre lui si avvicina allo sportello dell&#8217;auto, mi sussurra parole che non capisco e che forse non devo capire e poi via, il taxi parte e il suo sguardo malinconico passa il finestrino e si incide nella mia memoria.</p>
<p>Nella speranza che queste parentesi restino aperte.</p>
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		<title>Facce</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 16:48:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Pozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[Hotel Supramonte]]></category>

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		<description><![CDATA[Strana la luce estiva che cambia il colore delle cose. Non è certo solo in superficie che tutto assume tonalità diverse, ma anche dentro, nel profondo, qualcosa cambia e tanto forse resta, ma resta mutato. Sento scivolare via la malinconia del passato, adesso, sulle note di Hotel Supramonte e le lacrime che si facevano cristallo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Strana la luce estiva che cambia il colore delle cose. Non è certo solo in superficie che tutto assume tonalità diverse, ma anche dentro, nel profondo, qualcosa cambia e tanto forse resta, ma resta mutato. Sento scivolare via la malinconia del passato, adesso, sulle note di <em>Hotel Supramonte</em> e le lacrime che si facevano cristallo tegliente nel versarsi sul viso, sono ricordi lontani di ferite che si erano sparse su tutto il corpo e che ora si trasformano in feritoie, fessure pronte all&#8217;accoglienza.</p>
<p>E&#8217; difficile non innamorarsi. L&#8217;amore monologico dei mesi passati prende infinite direzioni e negli occhi miei, i mille volti che si susseguono sfuggono l&#8217;ipotesi del donarsi nell&#8217;accoglienza del desiderio. Così, mi ritrovo ad amare i passanti, quelle facce che rubano desiderio per pochi istanti, ma che tracciano nell&#8217;effimero segni importanti che si fanno sorrisi di fronte alla fantasia che trova sfogo nel possibile. Mi innamoro delle persone che mi sono vicine, le amicizie appena nate, che portano sorriso, impegno di legami profondi e nuovi, promessa di costruzione. Amo quei volti che ritornano, dopo lunghi mesi di assenza, volti cambiati da qualcosa che prima non c&#8217;era e che ora apre nuove strade, e cambiato è lo sguardo che si affievolisce, si addolcisce nella consapevolezza sempre maggiore della vita, nella disperata ricerca di un lavoro, di nuovi amori che possano essere per sempre.</p>
<p>Non è sempre lecito innamorarsi e spesso è cosa buona frenare certi desideri, come quando arrossisco, vergognosamente, al pensiero di qualcuno a cui non dovrei pensare, verso il quale il mio desiderio non può essere rivolto. E mi sorprendo da sola, e mi rimprovero, perché non è giusto farlo e se provo vergogna è perché so che non dovrei, ma forse è un desiderio troppo bianco, limpido, puro che non può far male e allora lascio che tutto sia così, leggero, estivo. Lascio che questi volti continuino a prendere i miei sorrisi, questa gioia sottile, delicata, che non lascia fuori nessuno, non esclude e che vuole solo essere speranza.</p>
<p>&#8220;<em>E&#8217; terribile essere una donna e avere diciassette anni. Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi.&#8221; </em>Antonia Pozzi</p>
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		<title>Iperuranio</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 19:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Pozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Fuga]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono persone che nascono con un preciso destino già tracciato, come se addosso avessero un segno indelebile che li accompagna per la vita. Se dovessi guardare me stessa e pensare a un motivo ricorrente della mia vita, per me il segno si identificherebbe con la solitudine. Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che nascono con un preciso destino già tracciato, come se addosso avessero un segno indelebile che li accompagna per la vita. Se dovessi guardare me stessa e pensare a un motivo ricorrente della mia vita, per me il segno si identificherebbe con la solitudine. Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia mi vede da sola nel giardino della scuola, avvolta nel cappotto, che a testa china mi guardo le scarpe e lontane si odono le voci dei bambini che giocano divertiti in compagnia.</p>
<p>So che ora è così e che lo sarà sempre. Non è colpa di nessuno, credo: non è colpa mia e non è colpa della gente, solo di questa vita, di questo &#8220;velenoso mondo che mi attira e mi respinge&#8221; continuamente.</p>
<p>Così, adesso, dopo più di dieci anni, mi ritrovo a sentirmi estremamente sola guardando una ragazza in sovrappeso, vestita solo di cattivo gusto, che manda messaggi con il telefono mentre mastica una gomma. Penso che, tutto sommato, la sua vita non è poi tanto differente dalla mia e mi sale la tristezza e la poesia che vorrei svanisce nel nulla. E&#8217; brutto e doloroso dover vedere e sentire dentro se stessi certe cose, sopratutto quando ci si fa portatori di certi ideali, e allora tutto si amplifica, la bellezza, la poesia, la luce, ma anche la sofferenza, la solitudine e il dolore stesso.</p>
<p>E torna la poesia, sola, nel bagliore del ricordo della luce. Il ricordo di lui e la tensione verso l&#8217;amore che colora questo grigio.</p>
<p>E&#8217; difficile uscire da tutto questo, dal grigio di cui siamo circondati. Mi sento in difetto per non saper fornire una via d&#8217;uscita, un bagliore che sia anche lontano, che si possa anche solo intravedere e che mi sento, ogni volta, in dovere di dare. Ogni luce raggiunta necessita di grande sforzo, di numerose rinunce, di selezione accurata che non sempre è possibile. Quanta, a questo punto è doveroso domandarsi, quanta è questa possibilità di vivere diversamente? Fino a che punto è possibile far scendere a compromesso gli ideali con la vita ritualizzata, cristallizzata del così-è-e-così-si-fa? Dov&#8217;è lo spazio che possa accogliere una vita <em>altra</em>? qual è la via della realizzazione? E proprio la vita della routine mi impedisce, talvolta, di cercare, di approfondire, di cercar senso.</p>
<p>Vero è che dovremmo esser liberi di dispiegare il nostro volere, tendere, idealmente verso uno stile di vita senza imposizioni morali che dicono cosa è giusto fare (secondo chi?) e cosa invece non lo è.</p>
<p>Dicevo tempo fa, al diretto interessato, che so che essere innamorati ci rende persone migliori.</p>
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		<title>Contrazioni</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 17:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Pozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Benedizione]]></category>
		<category><![CDATA[Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Le parole che vorrei dirti. Non sei tu, non sei solo tu, ma sei tutti quelli che, come te e come me, desiderano.
Non trovo una linea, solo gradini da scalare uno a uno; non orizzonti, solo domani troppo vicini.
Riconoscersi. Voglia di tenerti la mano. Cercarti. Farti sapere che, in qualche modo, queste parole sono per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole che vorrei dirti. Non sei tu, non sei solo <em>tu</em>, ma sei tutti quelli che, come te e come me, desiderano.</p>
<p>Non trovo una linea, solo gradini da scalare uno a uno; non orizzonti, solo domani troppo vicini.</p>
<p>Riconoscersi. Voglia di tenerti la mano. Cercarti. Farti sapere che, in qualche modo, queste parole sono per te, per tutti voi, per tutti noi.</p>
<p>Sarebbe tutto grigio, se non ci fossero ricordi di giornate di luce intensa.</p>
<p><em>Nella mia casa che riscalda, tu mi parli delle grandi cose che nessun altro sa.</em></p>
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		<title>Urbana</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 20:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Pozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia dei disastri]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Ligi]]></category>
		<category><![CDATA[Tim Ingold]]></category>
		<category><![CDATA[Tre sere]]></category>

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		<description><![CDATA[Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno questa pagina porterebbe il tuo nome.
Antonia Pozzi.
Strana voglia di cose belle. Non succedeva da un po&#8217;, anche se è sempre stata una costante nella mia vita la tensione verso la bellezza. Come i suoi occhi, il suo sorridermi, la sua voce.
Camminare questa città che mai del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno questa pagina porterebbe il tuo nome</em>.</p>
<p>Antonia Pozzi.</p>
<p>Strana voglia di cose belle. Non succedeva da un po&#8217;, anche se è sempre stata una costante nella mia vita la tensione verso la bellezza. Come i suoi occhi, il suo sorridermi, la sua voce.</p>
<p>Camminare questa città che mai del tutto si lascia scoprire, incrociare gli sguardi della persone e capire che mi piace proprio la gente. Mi piace attraversarla, scoprire i suoi desideri, perdermi nella sua multitudine varia, lasciarmi trasportare, accoglierla nei miei occhi, nel mio sguardo sul mondo, sulla città. Come quella ragazza con il cappello rosso, appoggiata a un muro, che si volta di scatto percependo il mio arrivo. Come il tipo in autobus che è in piedi accanto a me, e che si gira e mi guarda e quando mi volto verso di lui, mi guarda negli occhi con uno strano gioco di sguardi: prima nell&#8217;occhio sinistro, poi in quello destro per poi tornare a quello sinistro. Il tutto in pochi secondi. E sono felice.</p>
<p>E Roma è sempre più bella: piena di angoli che per tempo si sono sottratti allo sguardo e che per poco non perdevo anche stavolta. Ma no, non oggi, non oggi che il mio sguardo è per lei, per la mia città. Non oggi che vado a raggiungere in centro i miei amici, per condividere con loro questa bellezza, che ogni volta ha qualcosa di diverso, che si presta a tutti gli sguardi possibili, che crea sguardi, infiniti sguardi. E la bellezza è di nuovo nei miei occhi, ad alimentare quella luce che mai si è spenta, forse solo attenuata per un po&#8217; di tempo, quando l&#8217;amore sembrava lontano, ignara io, che era semplicemente dentro me, nel profondo.</p>
<p>Mi prometto di uscire da questa casa e perdermi per le strade di questa città ogni volta che in futuro mi farò scivolare addosso un velo di tristezza. Non manca la nostalgia del passato o la voglia di percorrere la bellezza di quelle strade con accanto la persona di cui sono innamorata, tenendola per mano a guardare con il mento in su ogni particolare sfuggito, ogni finestra mancata, ogni feritoia che permetta l&#8217;accesso a mondi nuovi.</p>
<p>E leggo di <em>Antropologia dei disastri</em>, di definizioni di spazio, luogo e paesaggio e mi ritrovo nelle parole <em>abitare </em>o <em>dimorare. </em>Quanti luoghi posso abitare? E poi perdermi e perdermi a seguire incuriosita tutti i nomi di queste strade che attirano la mia attenzione e perché sono felice? Invasa da uno strano senso di smarrimento e familiarità non riesco a perdermi in alcun modo, contro chi dice (diceva?) che non ho senso dell&#8217;orientamento.</p>
<p>Tantissimi turisti, tutti molto diversi gli uni dagli altri e mi chiedo come possa essere il loro sguardo, cosa voglia dire Roma senza abitarla. E non so darmi risposta e forse non importa.</p>
<p>Sarà l&#8217;aria pre-primaverile che invade la mia felicità stancata, portandola verso una rinascita che ancora non vedo possibile, ma che percepisco viva sulla pelle. Forse sbaglio, ma non voglio pensare. Ho solo voglia di queste strade, di questi nomi, dei mille profumi dei fiori sparsi, del presente con la promessa di un futuro di bellezze, di abitare il mondo, la mia città, tutte le città, quelle conosciute, quelle mai conosciute.</p>
<p>&#8220;<em>Places do not have locations, but histories&#8221;</em></p>
<p>E la sera sdraiarsi sul letto e guardare fuori dalla finestra il cielo che copre una città che dorme, ripensare alle strade percorse, agli sguardi incrociati, alle persone intraviste, alla gente che passa, al continuo fluire di volti che mai rivedrò, ai destini. Addormentarmi così, nella speranza che domani ci sia il sole e che qualcosa possa su di me lasciare traccia di tutto questo.</p>
<p><em>La prima sera ci fu la pioggia nera assordante &#8211; ed io al crocicchio, a decifrare nomi di strade sconosciute sola alle soglie di una città nuova</em>, <em>sola con la mia preda di felicità</em> &#8211; <em>con l&#8217;eco della tua voce</em>.</p>
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		<title>La vita sognata (cit.)</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 13:08:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[scienze e domande]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Pozzi]]></category>
		<category><![CDATA[La vita sognata]]></category>

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		<description><![CDATA[In questa mattina in cui le superfici sono di nuovo bagnate di pioggia, apro gli occhi su questa finestra aperta allo sguardo solo a metà, ma questa metà mi basta per percepire immediatamente com&#8217;è il mondo stamattina. Mi rendo conto che anche la superficie dei miei occhi è bagnata di lacrime da un&#8217;assenza che ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa mattina in cui le superfici sono di nuovo bagnate di pioggia, apro gli occhi su questa finestra aperta allo sguardo solo a metà, ma questa metà mi basta per percepire immediatamente com&#8217;è il mondo stamattina. Mi rendo conto che anche la superficie dei miei occhi è bagnata di lacrime da un&#8217;assenza che ancora si fa sentire, ma che cerca di scivolare via nei sogni.</p>
<p>Mi piace pensare che i mondi che visito in sogno esistano, in qualche maniera, in una dimensione che è altra da questa, ma che comunque <em>è</em>.  Mi piace pensare che ci sia un mondo dove esistano altre possibilità, altre sensazioni, altre atmosfere che in questo <em>qui </em>non esistono o non sappiamo conoscere perché non ci è dato conoscere. Come il sogno di stanotte che anticipava un tempo futuro in cui avrei rincontrato per caso, dopo molto tempo, una persona che avrebbe accolto in un sorriso la mia presenza, la mia esistenza, la mia vita, il mio esserci. E in questa atmosfera di assoluta sorpresa, avrei respirato in pochi istanti il profumo di una vita soltanto sognata, l&#8217;unica vita sognata, aprendo così uno squarcio nel tempo, ricollegando il futuro a un passato che tuttora è presente, che avrebbe permesso, in tal maniera, la creazione di un&#8217;ulteriore dimensione temporale in cui l&#8217;esistenza di un mondo altro è ancora una volta possibile.</p>
<p>Quale vita dobbiamo allora vivere? Per quale di queste dimensioni dobbiamo gioire? Quale di questi tempi è quello che racchiude la nostra esistenza?</p>
<p>Forse è vero che il tempo non esiste, che siamo nell&#8217;eternità che, per definizione, sfugge al tempo stesso e se così è, allora ti piango in eterno in tutte le vite che mi è possibile vivere.</p>
<p><span id=":10k"> <em>&#8220;Oh, per averti sognata, mia vita cara, benedico i giorni che restano &#8211; il ramo morto di tutti i giorni che restano, che servono per piangere te.&#8221;</em></span></p>
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		<title>In principio era il verbo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 01:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Noemi Fulli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ignote destinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[Amor Fati]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Pozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Ossi di seppia]]></category>

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		<description><![CDATA[E l&#8217;idea che poco di ciò che diciamo è frutto del nostro pensiero, che la maggior parte delle parole che pronunciamo è già stata detta un po&#8217; mi spaventa. Poco è quello che creo. Riconosco una verità in questo: soprattutto nel periodo che sto attraversando in cui cerco nelle parole dei poeti una definizione allegorica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E l&#8217;idea che poco di ciò che diciamo è frutto del nostro pensiero, che la maggior parte delle parole che pronunciamo è già stata detta un po&#8217; mi spaventa. Poco è quello che creo. Riconosco una verità in questo: soprattutto nel periodo che sto attraversando in cui cerco nelle parole dei poeti una definizione allegorica di una condizione che con le mie competenze linguistiche non so dare. E così faccio mio un linguaggio che non ho creato, entro a far parte di un universo linguistico nuovo che mi trovo a esplorare e poi ad abitare.</p>
<p>Cerco, ascolto, valuto, ma soprattutto lascio entrare, lascio accoglienza alla penetrazione di parole dette da altri. In un secondo momento posso poi modulare a invocazione, a preghiera, a grido di aiuto il fiato condesatosi in parola, in voce, in incisione che ho lasciato entrare e che ormai si è scritto da qualche parte dentro me. E questa azione attiva mi si presenta come il possibile dentro il quale si racchiude, in un silenzio dinamico che sta per diventare rumore e vita, una rinascita.</p>
<p>&#8220;<em>Quando dal mio buio traboccherai di schianto in una cascata di sangue &#8211; navigherò con una rossa vela per orridi silenzi ai crateri della luce promessa&#8221; </em>(Antonia Pozzi)</p>
<p>Natale, che quest&#8217;anno sento ancora meno come evento sociale, collettivo, lo percepisco dentro me come evento senza tempo, segno interno di un fiore che sboccia, traccia indelebile di una nascita fatta di eterna bellezza. Come queste parole che sfuggono al tempo, cariche di eternità e quindi di bellezza, che lascio a dialogo come invocazione:</p>
<p>&#8220;<em>Pur di una cosa ci affidi padre, e questa è: che un poco del tuo dono sia passato per sempre nelle sillabe che rechiamo con noi, api ronzanti. Lontani andremo e serberemo un&#8217;eco della tua voce, come si ricorda del sole l&#8217;erba grigia nelle corti scurite, fra le case. E un giorno queste parole senza rumore che teco educammo nutrite di stanchezze e di silenzi, parranno a un fraterno cuore sapide di sale greco&#8221;.</em> ( Eugenio Montale)</p>
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