Succede quando in preda alla disperazione si cerca un modo per respirare. Per me, poche sere fa, l’unico modo per respirare era farlo in compagnia del vento, ma senza essere vista, in solitudine e al buio. Mi sono affacciata alla finestra e vedendo gli alberi mossi dal vento e la pioggia che cadeva, mi sono ricordata di come si respira. Essere avvolti da quella natura che racchiude il segreto delle origini, per me ha significato la vita.
Come quando stasera, dopo un risveglio di sfinimento esistenziale, ho aperto gli occhi sui rami degli alberi, in un tramonto già avviato che tendeva verso la conclusione, verso lo spegnimento. E tutto diventa ossigeno, ma è troppo e tutto il corpo ha voglia e necessità di pianto.
E in mezzo a questo arriva la tua assenza, che trapela dalla natura. Un mutismo originario mi sussurra ricordi, che entrano ormai a far parte del segreto. Ricordi di risvegli pieni di natura, fatti di luci oblique, di vento forte, di freddo nelle ossa, di caldo rassicurante. E dentro me, un frammento di segreto si svela e mi dice che noi, che non ci siamo, non siamo che roccia, che terreno montuoso, che parete a strapiombo, che verdi prati dove lo sguardo si perde. La nostra natura ci fa essere una giornata incerta in montagna, fatta di alternarsi di sole e nuvole.
E tutto si fa buio e voglio essere io, guidando, ad aprire un varco di luce con i fari e la solitudine diventa necessaria per essere parte di un tutto.
E queste parole sono per te che non ci sei, che ora sei il mediatore del linguaggio tra me e la natura, ma che insegui te stesso altrove. Le dedico a te, alla tua incurabile assenza, e che ti servano da luce per trovare la direzione. Walter benjamin ci parlava della lingua messianica, ma per farlo ha avuto bisogno di indagare le origini.
Lascio queste parole come segno, come incisione, come traccia da seguire, come silenzio da indossare. Lascio che ora siano i retaggi delle origini a rapire l’anima mia, nell’attesa di un tempo altro che si coniughi a futuro. Lascio questi luoghi al loro canto, lascio che siano loro a narrarmi il ciò-che-è-stato. Lascio che sia Eugenio Montale a rivolgere al mare le sue parole e lascio che esse rompano il mio delirio e da loro mi faccio accompagnare nel silenzio. E proprio in questo silenzio, per niente dialogico, lascio il Tutto, nella speranza di un eterno ritorno.
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori dal tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male che
tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco di un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
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