Parentesi
Lascio queste riflessioni che seguono come testimonianza di un viaggio che avrei dovuto fare da tempo e che alla fine è arrivato. L’intento con cui ho scritto certe cose è quello di riportarle come fotografie, diapositive, nulla di più. Alla base c’è il desiderio di non far cadere tutto nell’oblio, di collezionare il più possibile per non lasciare tutto al logorio del tempo.
Definire cos’è una partenza e cos’è un ritorno ora non mi sembra cosa possibile. Mi sembrava possibile qualche mese fa, quando leggevo Antonia Pozzi scrivere che il ritorno è “una cosa che, per qualche ora, scioglie i groppi duri che separano l’oggi dall’ieri e che fonde il passato e il presente con sicurezza fresca, dove il male non ha luogo”. Queste parole mi lasciano nel silenzio ancora adesso, ma non è più su questo tipo di ritorno che invito me stessa a riflettere, quel ritorno che colma mancanze, che ricuce ferite profonde, che dà amore e sollievo laddove trova dolore e sconforto. No, non questo ritorno, che ormai, a distanza di quasi un anno, appare cicatrizzato. Rifletto su un ritorno che è tale in quanto si presenta come conseguenza di una partenza e di un arrivo.
Partire. L’idea di lasciare qualcosa, con la consapevolezza che al ritorno il mio sguardo sarebbe stato diverso, più complesso, nuovo, altro, mi faceva paura, come sempre accade di sentirsene pervasi di fronte alla conoscenza. Tirarmi indietro poteva essere una soluzione, ma troppe volte l’ho fatto e forse, mettere piede su quella dannata nave mi avrebbe fatto recuperare una parte di me che sentivo perduta, ma che volevo sentire di nuovo mia, per avere un ritorno anche nella partenza, ritorno di qualcosa che ho lasciato per strada e che si identifica nella sete di mondo. Così, lasciare tutto qui e partire, con poco e niente addosso, ma tanto dentro, tanto che era speranza, aspettativa, voglia di ricerca, senza alcuna pretesa, solo tanto timore e consapevolezza che, anche se per poco, tutto sarebbe cambiato e il senso dell’effimero che non voglio nella mia vita, mai come questa volta ho dovuto caricare sulle mie spalle.
16.08.2010
In viaggio per i Balcani
[...] Davanti solo il buio, che è l’oscurità della conoscenza. E’ come mollare la presa, cadere nel vuoto senza sapere con esattezza dove si atterra. Dietro qualche luce ancora, poi il buio. Siamo partiti.
Scrivevo questo su un quaderno di appunti, appena la nave che mi avrebbe portata su un’altra terra stava salpando dal porto di Ancona. Partire era necessario, sentito come si sente la fame e la sete e addosso avevo solo la frenesia di conoscere e vedere cose nuove, scoprire volti mai incontrati, poggiare i piedi su una terra mai attraversata. In testa i nomi di tre paesi, Croazia, Montenegro e Bosnia, tre nomi che erano contenitori vuoti di conosciuto, ma pieni di immaginato e lì, su quella nave, mi esercitavo a cercare definizioni per quel momento che non potevo circoscrivere in nessuna categoria di tempo vissuto prima e l’unica cosa da fare era abbandonarsi all’ipotesi.
La bellezza che sentivo a livello cosciente era nella percezione dello spostamento. Sapevo che più che l’arrivo alla destinazione prefissata, ciò che mi interessava era passare attraverso, senza sosta, in un continuo fluire, per capire il senso profondo dell’andare.
27.08.2010
Di ritorno dai Balcani
E’ una notte. Poche ore. Tutto alle spalle. E’ una vita.
Scrivevo guardando il sole sorgere e davanti, ancora non troppo vicino da poterne distinguere con chiarezza le varie parti, il porto di Ancona. Tornare è forse più difficile che partire, come rinascere per la terza volta. E poi, di nuovo le abitudini di sempre, un po’ di smarrimento all’inizio, che addosso porta ancora l’euforia del viaggio, e poi la depressione che deriva da questi volti che non hanno nulla di nuovo, da questi luoghi che riprendono a essere quelli di sempre. Dentro tanti buoni propositi, buone energie che cerco di tenermi strette con il tentativo di non lasciar cadere tutto a terra ancora una volta, lasciando circoscritta quest’esperianza alla circostanza di viaggio, racchiudendola in un piccolo frammento, come se fosse qualcosa che è all’esterno, che è altro da me.
Quello che c’è stato in mezzo a queste due parentesi, partenza e ritorno, è difficile spiegarlo; ho visto spiagge, scogliere, moschee, sinagoghe, cicatrici di proiettili sui muri, fiumi, rocce, cimiteri sconfinati, tramonti, albe e poi volti, innumerevoli volti, volti europei, volti d’oltreoceano, volti segnati dalla guerra, sguardi accesi, gente triste. Ho sentito parlare tante lingue e mi sono fatta carico di accoglierle nella mia, tanto che alcuni giorni ho percepito una certa difficoltà a parlare la mia lingua, senza che fosse pensata sulla base strutturale di un’altra. Ho incontrato persone che i miei passi hanno cercato, non solo durante questo viaggio, ma in tutto il mio percorso; persone che vengono da realtà troppo differenti dalla mia, che hanno vissuto vite fatte da educazioni e stili di vita che non hanno nulla a che vedere con me. Nel momento in cui c’è stato un incontro, ho capito insieme a questa gente di essere allo stesso punto, di camminare nella stessa direzione, ora, qui. E resto senza parola e mi prende un groppo allo stomaco a pensare a come, a volte, l’intesa trascenda la comunicazione, il linguaggio e come riesca a farmi capire e a capire perfettamente qualcuno che non parla la mia lingua, come la comprensione con queste persone sia più immediata di quella con quei tanti che parlano l’italiano. Non posso continuare a prendere certi incontri come casuali e mi tengo stretti certi stati d’animo, certe speranze, come quella se non altro di sapere che anche lontano e oltre questa terra che abito è possibile trovare compagni di viaggio.
Sarajevo
24.08.2010
Attraverso gli altri posso capire qualcosa di me e delle parti di me mi sono utili per capire gli altri. [...] E’ stato bello condividere del tempo con loro e capisco che ciò che più mi sta entrando nel cuore in questo viaggio sono le persone.
Arriviamo a Sarajevo alle cinque del mattino e ci entra subito dentro. I palazzi portano gli stessi segni che portano le persone nel volto e nell’anima. “Mi chiamo S., ho trent’anni e… sono sopravvissuto alla guerra” ci dice un ragazzo che lavora nel ristorante dove stiamo cenando. Si siede spontaneamente accanto a noi, ha voglia di parlare. Con un po’ di difficoltà linguistiche riusciamo a comunicare. Ha uno sguardo molto dolce e questa sua voglia di parlarci mi riempie di gioia. Ci scambiamo la mail e lo invitiamo a venirci a trovare a Roma, ma ci spiega che non può, perché è musulmano e non non gli danno il visto.
Sarajevo sembra essere la città degli incontri, quelli che non abbiamo fatto nei posti visitati prima di arrivare lì. In ostello conosco due ragazze bulgare, una parla inglese, l’altra no, ma riusciamo comunque a comunicare tramite gesti, sguardi e con l’aiuto delle traduzioni della prima. Parliamo delle differenze dei due sistemi accademici, quello bulgaro e quello italiano, delle dinamiche politiche dei nostri paesi, che sembrano assomigliarsi più di quanto pensassimo, della gente che dorme in camerata con noi e che non ha voglia di conoscere, di parlare, di scambiare. Ci confrontiamo su nodi della vita che per me sono di estrema importanza, essenziali e capiamo di viaggiare sulla stessa linea. Mi offrono sigarette e tabacco tutta la sera e io sono stanca e addosso ho un po’ di tristezza, ma questa totale condivisione mi riempie il cuore di gioia e percepisco sul momento, forse come poche volte mi è capitato, la portata di ciò che sto vivendo. Mi piacciono i lineamenti del loro viso, il modo in cui parlano la loro lingua, in cui si muovono. Cantano una canzone in bulgaro all’unisono e sono felice, anche se sono stanchissima, sporca e non ho modo di lavarmi.
Mi rendo conto che questo è il viaggio migliore che potessi fare, quello che attraversa le persone, le loro storie e mi prometto di volerlo fare sempre, non solo fuori dal mio paese, in modo tale che l’andata e il ritorno ci siano, ma che siano inserite in una circolarità, non in un segmento che ha inizio e fine.
Sarajevo è anche condivisione di momenti di dolcezza, che anche se per poco tempo, sanno essere incisivi. E allora, ancora, un’ora, una giornata, una vita intera e resta il desiderio che è quello di incontrare e incontrarsi, di tenersi la mano e alzare insieme lo sguardo stupito verso l’alto, a rompere l’orizzontalità della quotidianità che porta alla cecità, per scoprirsi vicini.
Sarajevo
24.08.2010
[...] Ci scambiamo baci effimeri perché entrambi sappiamo che potranno non essercene altri e cerchiamo di non perdere tempo, di prendere dall’altro tutto il possibile da condividere e di donarsi per quei pochi attimi che la vita ci sta offrendo come possibilità. E una parte di me se ne va in quella mano alzata a saluto dal finestrino chiuso di un taxi, negli ultimi baci rubati, ché l’autista non può aspettare in eterno e mentre lui si avvicina allo sportello dell’auto, mi sussurra parole che non capisco e che forse non devo capire e poi via, il taxi parte e il suo sguardo malinconico passa il finestrino e si incide nella mia memoria.
Nella speranza che queste parentesi restino aperte.
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