Contrazioni

Le parole che vorrei dirti. Non sei tu, non sei solo tu, ma sei tutti quelli che, come te e come me, desiderano.

Non trovo una linea, solo gradini da scalare uno a uno; non orizzonti, solo domani troppo vicini.

Riconoscersi. Voglia di tenerti la mano. Cercarti. Farti sapere che, in qualche modo, queste parole sono per te, per tutti voi, per tutti noi.

Sarebbe tutto grigio, se non ci fossero ricordi di giornate di luce intensa.

Nella mia casa che riscalda, tu mi parli delle grandi cose che nessun altro sa.

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Urbana

Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno questa pagina porterebbe il tuo nome.

Antonia Pozzi.

Strana voglia di cose belle. Non succedeva da un po’, anche se è sempre stata una costante nella mia vita la tensione verso la bellezza. Come i suoi occhi, il suo sorridermi, la sua voce.

Camminare questa città che mai del tutto si lascia scoprire, incrociare gli sguardi della persone e capire che mi piace proprio la gente. Mi piace attraversarla, scoprire i suoi desideri, perdermi nella sua multitudine varia, lasciarmi trasportare, accoglierla nei miei occhi, nel mio sguardo sul mondo, sulla città. Come quella ragazza con il cappello rosso, appoggiata a un muro, che si volta di scatto percependo il mio arrivo. Come il tipo in autobus che è in piedi accanto a me, e che si gira e mi guarda e quando mi volto verso di lui, mi guarda negli occhi con uno strano gioco di sguardi: prima nell’occhio sinistro, poi in quello destro per poi tornare a quello sinistro. Il tutto in pochi secondi. E sono felice.

E Roma è sempre più bella: piena di angoli che per tempo si sono sottratti allo sguardo e che per poco non perdevo anche stavolta. Ma no, non oggi, non oggi che il mio sguardo è per lei, per la mia città. Non oggi che vado a raggiungere in centro i miei amici, per condividere con loro questa bellezza, che ogni volta ha qualcosa di diverso, che si presta a tutti gli sguardi possibili, che crea sguardi, infiniti sguardi. E la bellezza è di nuovo nei miei occhi, ad alimentare quella luce che mai si è spenta, forse solo attenuata per un po’ di tempo, quando l’amore sembrava lontano, ignara io, che era semplicemente dentro me, nel profondo.

Mi prometto di uscire da questa casa e perdermi per le strade di questa città ogni volta che in futuro mi farò scivolare addosso un velo di tristezza. Non manca la nostalgia del passato o la voglia di percorrere la bellezza di quelle strade con accanto la persona di cui sono innamorata, tenendola per mano a guardare con il mento in su ogni particolare sfuggito, ogni finestra mancata, ogni feritoia che permetta l’accesso a mondi nuovi.

E leggo di Antropologia dei disastri, di definizioni di spazio, luogo e paesaggio e mi ritrovo nelle parole abitare o dimorare. Quanti luoghi posso abitare? E poi perdermi e perdermi a seguire incuriosita tutti i nomi di queste strade che attirano la mia attenzione e perché sono felice? Invasa da uno strano senso di smarrimento e familiarità non riesco a perdermi in alcun modo, contro chi dice (diceva?) che non ho senso dell’orientamento.

Tantissimi turisti, tutti molto diversi gli uni dagli altri e mi chiedo come possa essere il loro sguardo, cosa voglia dire Roma senza abitarla. E non so darmi risposta e forse non importa.

Sarà l’aria pre-primaverile che invade la mia felicità stancata, portandola verso una rinascita che ancora non vedo possibile, ma che percepisco viva sulla pelle. Forse sbaglio, ma non voglio pensare. Ho solo voglia di queste strade, di questi nomi, dei mille profumi dei fiori sparsi, del presente con la promessa di un futuro di bellezze, di abitare il mondo, la mia città, tutte le città, quelle conosciute, quelle mai conosciute.

Places do not have locations, but histories”

E la sera sdraiarsi sul letto e guardare fuori dalla finestra il cielo che copre una città che dorme, ripensare alle strade percorse, agli sguardi incrociati, alle persone intraviste, alla gente che passa, al continuo fluire di volti che mai rivedrò, ai destini. Addormentarmi così, nella speranza che domani ci sia il sole e che qualcosa possa su di me lasciare traccia di tutto questo.

La prima sera ci fu la pioggia nera assordante – ed io al crocicchio, a decifrare nomi di strade sconosciute sola alle soglie di una città nuova, sola con la mia preda di felicitàcon l’eco della tua voce.

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Lacrime di salvezza

Non c’è modo di non farmi scrivere oggi. Sarà dovuto a tutto il tempo passato a leggere frasi improponibili su libri di esami che hanno scadenze brevi, che dopo un po’ uno non ce la fa più e sente il bisogno di lasciare un po’ da parte tutta quell’astrazione, di tornare un attimo alla vita, a sé stessi. Non è facile, non quando si è così alienati.

Ho paura di perdermi, di smarrire il mio sentire, di non avere più quei movimenti interni alla vista della natura, di svuotarmi completamente. Vertigini, tante vertigini. Anche nei miei sogni: sono sempre in bilico. Spesso non riesco a saltare, altre volte il vuoto mi chiama con voce soave e mi invoglia a fare quel passo decisivo che mi permetta finalmente un passaggio. Simile a un parto, simile a una nascita. E le mie parole sono sempre più chiuse, sempre meno dialogiche. Tagliano il mondo a vendetta della loro essenza eccessivamente inconsistente. Diventano cristallo: rigide, trasparenti, invisibili, ma impenetrabili. Non c’è femminilità in questo: non lascio spazio all’accoglienza.

Pesano le assenze, le persone che continuano a essere il referente. Voglia di donarmi, di essere accolta in un sorriso. La delicatezza. La fragilità. La trasparenza. La leggerezza. La felicità. La fermezza. La sensibilità. Lei. Lei. Lei.

Voglia di donarle fiori di mille colori, la femminilità che ha saputo insegnarmi. Voglia di riaccogliere nel profondo quel sorriso, di sentirla respirare, rinascere.  Camminare al suo fianco le mille strade bagnate di luce e verde, verde, verde!

Voglia di sussurrarle le poesie di Antonia, scoprirci anime affini, tenersi nello sguardo, quello sguardo, che saprei riconoscere, ancora oggi. Sempre. Aiuto.

Ach, Noemi, du bist fantastisch!

Mi sento di violarti. Quante foto ti hanno fatto, che vita meravigliosa! Sento che le mie parole si spengono, a poco a poco, perdono di senso, diminuiscono, sempre più povere, sempre più stanche. Non so rinascere. Non so vivere. Non so piangere. Ho solo nostalgia. Nostalgia di te, della vita appena finita, non con lui, ma con me, solo con me, con me innamorata. Avresti dovuto vedermi! Io! pedalare quelle strade di una città minuscola che nemmeno era la mia, per quelle vie piene di verde, nell’attesa di lui e sorridere, sorridere di gioia di tutto ciò che era, che era, che era luce e verde e promessa e primavera! che vita meravigliosa! I poeti, i poeti? come si fa a essere poeti? Per me è tutto troppo, troppo che non può avere forma. E’ un insieme di sottrazioni, di resti, di frammenti presi un po’ qui e un po’ lì. Suggestioni di ogni tipo che svaniscono subito. L’unica forma che può assumere il tutto è il vuoto. Preghiere, ricerche, richieste, invocazioni, appelli, a che serve? Non serve versare lacrime, non serve il cuore. Dovrei scriverti di gioie e invece… mi cogli impreparata! Sorrido.

Non oggi, non stasera, non avrei dovuto. Non avrei dovuto. Ho solo voglia di luce, non chiedo poi molto. Tu sei la luce! tu sei l’erba verde! Tu sei l’aria delicata del primo mattino sul mio volto, sono sicura che è così. Lascia che io pianga, per te, per la tua assenza, per la mia assenza, per il mio delirio. Oh, ti prego, lascia che io pianga!

Mi hai insegnato anche la morte, come posso non sentirmi legata a te? Mi sento terribilmente in debito. Fa’ uscire tutto questo, non ho più voglia di non vivere: nemmeno un giorno deve essere sprecato. Voglio sentire tutto: il freddo, il dolore, il calore, la gioia, la luce, il buio, il mare, l’acqua salata. Voglio essere ovunque! Prendimi ancora in un sorriso!

Dedicato a Judith.

Agonia

“Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso. Ciò può essere futile o infinitamente patetico: in Erwartung (attesa), una donna aspetta, nella foresta, di notte, il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia. Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni

E’ così che inizia il capitolo dedicato all’attesa di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Mi ritrovo a citarlo perché capisco che durante le mie giornate non faccio altro che aspettare: una telefonata, un messaggio, una mail, un’ora precisa della giornata, un momento particolare, una risposta, un cenno, un segno. Il più delle volte l’attesa risulta vana, ma nel momento in cui lo capisco, essa si raddoppia poiché cambia l’oggetto dell’attesa.

Non credo ci sia nulla di più straziante. Passare ore, lì, immobili, nell’impossibilità di movimento, con il pensiero concentrato solo su di lui e niente che possa portar via quell’attenzione: è un vero strazio.

Ci si sente vuoti,  bloccati, senza forze perché non si può nulla. Rabbia perché le cose non vanno mai come dovrebbero. Aspettare stanca, canta a ragione Fossati . E’ un vero e proprio senso di stanchezza, di più, direi quasi di nausea.

Per me l’attesa è la tensione verso ciò che si desidera e se non si ha ciò che si desidera allora ci si fa prendere dall’angoscia, dall’inquietudine e di conseguenza dall’insoddisfazione.

Come si fa a non aspettare? cosa succede quando si smette di aspettare? E’ possibile non aspettare? Una simile domanda la rivolgeva al padre il personaggio principale, l’io narrante, del libro di De Luca Non ora, non qui. Il padre rispondeva: “se tu sarai capace di stare senza attesa, vedrai cose che altri non vedono”. E ancora: “quello a cui tieni, quello che ti capiterà, non verrà con l’attesa”. Mi piacerebbe pensare che sia così, ma sembra impossibile, per me, vivere senza attese. Se da una parte infatti l’attesa mi si presenta come qualcosa di estremamente straziante, dall’altra trovo in essa una motivazione, uno stimolo per guardare al futuro con, appunto, delle aspettative.

“E tutto il tempo in cui non ho vissuto, gli anni passati a guardare chi tornava e chi no. Quelli non li ricordare, quelli non ci sono più”. Questa frase un po’ mi dà speranza. Capisco che parte della mia costante attesa dipende dalla tensione che ho verso gli altri. E così, ogni sera, ogni mattina penso a chi incontrerò nella giornata che sta per cominciare, o in quella che deve ancora venire e aspetto, aspetto che si realizzi l’incontro, aspetto.

“sono innamorato? sì, perché sto aspettando.”

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Felicità intraviste

Felicità raggiunta: bella utopia! La mia esistenza sembra fatta di tante piccole parentesi di effimera felicità: gente che entra nella mia vita, portando grammi di leggero entusiasmo, per poi andarsene il prima possibile, lasciando un forte senso di amaro. Contentezza legata alle circostanze, perché così si fa, perché così è. Felicità raggiunta, dunque, ma solo per pochi istanti e no, non ci sto, non quando l’essenza effimera diventa costante (eh, sì, sembra un paradosso, ma non lo è).

We can not wait much longer, we want happiness back, cantano bene The Knife. Non credo possa esserci nulla di realmente duraturo in un tempo che per definizione è chiuso da nascita e morte. Ciò che si dovrebbe cercare di fare, credo, sia il tentativo di dilatare il tempo per respirare, anche solo nell’illusione, l’eternità di un tempo finito (come scrivevo nella lettera a un’amica d’infanzia, in M’attendo di tornare nel tuo circolo, s’adempia lo sbandato mio passare, qualche post fa). Cercare il modo, per così dire, di infinitarsi. Respirare, almeno per più di poche ore, il possibile di un futuro. Avere l’idea di costruire, di non essere raminghi per la vita intera, senza radici che si intreccino con persone e luoghi. E se il nostro tempo è finito, perché dividerlo ulteriormente in mille microframmenti? perché non tenersi per mano, almeno fra individui?

E’ tutto un eccessivo fluire  di parole dette, di strade percorse, di sguardi scambiati senza che siano traccia nel tempo. E ogni volta si tratta di ricominciare da capo: le stesse parole, gli stessi sguardi, le stesse strade, le stesse felicità intraviste, cantava bene De andré. Raccontare di sé, sempre le stesse cose, con la consapevolezza che tanto non c’è nulla che abbia minima durata.

E non c’è felicità, non in questi raggi di luce che si spengono subito. E sì, i Genesis avevano ragione a dire che heaven is where the sun shines, ma qui piove da tanto tempo e anche il paradiso sembra lontano.

Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama.


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Vite di altri

Non è così che mi piace vivere. Preferisco i momenti di intensa sofferenza, che comunque mi fanno vedere le cose del mondo con uno sguardo pieno di vita, a questi momenti interminabili di nausea costante che rischia solo di portatmi sempre più giù, senza la bellezza e la piacevole sensazione di sentirmi viva. E ci si ammala nell’animo, ma anche nel corpo e la condizione interiore, come sempre, si trova in perfetto accordo con quella esteriore.

Sto acquisendo sempre di più la consapevolezza che negli ultimi tempi ho trasformato questo blog in una sorta di diario. Da che l’intenzione era quella di porre i miei problemi come oggetto di riflessione condivisa, a che questa pretesa ha cessato di essere e si è risolta in una narrazione chiusa di un mondo interno che non può che essere il mio.

E’ la pretesa dell’oggettività che mi ha portata fuori strada: l’idea che debba esserci un percorso collettivo e per questo condivisibile. Adesso mi ritrovo a domandare a me stessa la validità di questo tentativo e il perché del suo fallimento. Per quale motivo dovrebbe esserci una linea teorica che racchiuda in sé una validità condivisa? Per quale motivo ciò che è partecipato dai molti deve essere valido per tutti?

Nella ricerca dell’oggettività ho la pretesa di uscire da me stessa o quella ancora peggiore di pensare che ciò che io percepisco e che vivo sulla mia pelle sia la percezione di tanti altri.  All’inizio dell’indagine scientifica, che è sicuramente il percorso che più di tutti ha come metodo questa pretesa, posso prendere come oggetto di ricerca ciò che è altro da me, ciò che è esterno. Arrivati a un certo punto della ricerca (spesso si tende a identificarlo con il punto massimo) entro in crisi perché capisco l’impossibilità di non essere soggetto.

Entro in crisi perché la mia vita è costruita nella soggettività, perché le linee generali valgono solo a metà quando la vita mi mette alle strette e trovo molto più conforto nelle parole di Montale che nella psicologia.

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La vita sognata (cit.)

In questa mattina in cui le superfici sono di nuovo bagnate di pioggia, apro gli occhi su questa finestra aperta allo sguardo solo a metà, ma questa metà mi basta per percepire immediatamente com’è il mondo stamattina. Mi rendo conto che anche la superficie dei miei occhi è bagnata di lacrime da un’assenza che ancora si fa sentire, ma che cerca di scivolare via nei sogni.

Mi piace pensare che i mondi che visito in sogno esistano, in qualche maniera, in una dimensione che è altra da questa, ma che comunque è.  Mi piace pensare che ci sia un mondo dove esistano altre possibilità, altre sensazioni, altre atmosfere che in questo qui non esistono o non sappiamo conoscere perché non ci è dato conoscere. Come il sogno di stanotte che anticipava un tempo futuro in cui avrei rincontrato per caso, dopo molto tempo, una persona che avrebbe accolto in un sorriso la mia presenza, la mia esistenza, la mia vita, il mio esserci. E in questa atmosfera di assoluta sorpresa, avrei respirato in pochi istanti il profumo di una vita soltanto sognata, l’unica vita sognata, aprendo così uno squarcio nel tempo, ricollegando il futuro a un passato che tuttora è presente, che avrebbe permesso, in tal maniera, la creazione di un’ulteriore dimensione temporale in cui l’esistenza di un mondo altro è ancora una volta possibile.

Quale vita dobbiamo allora vivere? Per quale di queste dimensioni dobbiamo gioire? Quale di questi tempi è quello che racchiude la nostra esistenza?

Forse è vero che il tempo non esiste, che siamo nell’eternità che, per definizione, sfugge al tempo stesso e se così è, allora ti piango in eterno in tutte le vite che mi è possibile vivere.

“Oh, per averti sognata, mia vita cara, benedico i giorni che restano – il ramo morto di tutti i giorni che restano, che servono per piangere te.”

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In principio era il verbo

E l’idea che poco di ciò che diciamo è frutto del nostro pensiero, che la maggior parte delle parole che pronunciamo è già stata detta un po’ mi spaventa. Poco è quello che creo. Riconosco una verità in questo: soprattutto nel periodo che sto attraversando in cui cerco nelle parole dei poeti una definizione allegorica di una condizione che con le mie competenze linguistiche non so dare. E così faccio mio un linguaggio che non ho creato, entro a far parte di un universo linguistico nuovo che mi trovo a esplorare e poi ad abitare.

Cerco, ascolto, valuto, ma soprattutto lascio entrare, lascio accoglienza alla penetrazione di parole dette da altri. In un secondo momento posso poi modulare a invocazione, a preghiera, a grido di aiuto il fiato condesatosi in parola, in voce, in incisione che ho lasciato entrare e che ormai si è scritto da qualche parte dentro me. E questa azione attiva mi si presenta come il possibile dentro il quale si racchiude, in un silenzio dinamico che sta per diventare rumore e vita, una rinascita.

Quando dal mio buio traboccherai di schianto in una cascata di sangue – navigherò con una rossa vela per orridi silenzi ai crateri della luce promessa” (Antonia Pozzi)

Natale, che quest’anno sento ancora meno come evento sociale, collettivo, lo percepisco dentro me come evento senza tempo, segno interno di un fiore che sboccia, traccia indelebile di una nascita fatta di eterna bellezza. Come queste parole che sfuggono al tempo, cariche di eternità e quindi di bellezza, che lascio a dialogo come invocazione:

Pur di una cosa ci affidi padre, e questa è: che un poco del tuo dono sia passato per sempre nelle sillabe che rechiamo con noi, api ronzanti. Lontani andremo e serberemo un’eco della tua voce, come si ricorda del sole l’erba grigia nelle corti scurite, fra le case. E un giorno queste parole senza rumore che teco educammo nutrite di stanchezze e di silenzi, parranno a un fraterno cuore sapide di sale greco”. ( Eugenio Montale)

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Il segreto delle origini

Succede quando in preda alla disperazione si cerca un modo per respirare. Per me, poche sere fa, l’unico modo per respirare era farlo in compagnia del vento, ma senza essere vista, in solitudine e al buio. Mi sono affacciata alla finestra e vedendo gli alberi mossi dal vento e la pioggia che cadeva, mi sono ricordata di come si respira. Essere avvolti da quella natura che racchiude il segreto delle origini, per me ha significato la vita.

Come quando stasera,  dopo un risveglio di sfinimento esistenziale, ho aperto gli occhi sui rami degli alberi, in un tramonto già avviato che tendeva verso la conclusione, verso lo spegnimento. E tutto diventa ossigeno, ma è troppo e tutto il corpo ha voglia e necessità di pianto.

E in mezzo a questo arriva la tua assenza, che trapela dalla natura. Un mutismo originario mi sussurra ricordi, che entrano ormai a far parte del segreto. Ricordi di risvegli pieni di natura, fatti di luci oblique, di vento forte, di freddo nelle ossa, di caldo rassicurante. E dentro me, un frammento di segreto si svela e mi dice che noi, che non ci siamo, non siamo che roccia, che terreno montuoso, che parete a strapiombo, che verdi prati dove lo sguardo si perde.  La nostra natura ci fa essere una giornata incerta in montagna, fatta di alternarsi di sole e nuvole.

E tutto si fa buio e voglio essere io, guidando, ad aprire un varco di luce con i fari e la solitudine diventa necessaria per essere parte di un tutto.

E queste parole sono per te che non ci sei, che ora sei il mediatore del linguaggio tra me e la natura, ma che insegui te stesso altrove. Le dedico a te, alla tua incurabile assenza, e che ti servano da luce per trovare la direzione. Walter benjamin ci parlava della lingua messianica, ma per farlo ha avuto bisogno di indagare le origini.

Lascio queste parole come segno, come incisione, come traccia da seguire, come silenzio da indossare. Lascio che ora siano i retaggi delle origini a rapire l’anima mia, nell’attesa di un tempo altro che si coniughi a futuro. Lascio questi luoghi al loro canto, lascio che siano loro a narrarmi il ciò-che-è-stato. Lascio che sia Eugenio Montale a rivolgere al mare le sue parole e lascio che esse rompano il mio delirio e da loro mi faccio accompagnare nel silenzio. E proprio in questo silenzio, per niente dialogico, lascio il Tutto, nella speranza di un eterno ritorno.

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale

siccome i ciottoli che tu volvi,

mangiati dalla salsedine;

scheggia fuori dal tempo, testimone

di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda

in sé, in altrui, il bollore

della vita fugace – uomo che tarda

all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male che

tarla il mondo, la piccola stortura

d’una leva che arresta

l’ordegno universale; e tutti vidi

gli eventi del minuto

come pronti a disgiungersi in un crollo.

Seguìto il solco di un sentiero m’ebbi

l’opposto in cuore, col suo invito; e forse

m’occorreva il coltello che recide,

la mente che decide e si determina.

Altri libri occorrevano

a me, non la tua pagina rombante.

Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli

ancora i groppi interni col tuo canto.

Il tuo delirio sale agli astri ormai.

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Anima condivisa

E’ bello quando gli spunti per le riflessioni arrivano dalle persone che ci sono vicine, dagli amici, quelli belli, quelli veri. Proprio oggi, in un momento di raccoglimento con una persona con cui sento un forte legame, parlavamo di Antonia Pozzi, una poetessa di inzio novecento morta suicida a soli ventisei anni. Ho fatto leggere a Riccardo, questa persona, la poesia con la quale mi sono avvicinata a questa mente sottile, a quest’anima fragile, a questa splendida penna e donna che era Antonia Pozzi. Vertigine, il nome della poesia.

Alla fine della lettura, Riccardo ha girato il libro e ha letto la terribile fine di Antonia: la sua reazione alla notizia è stata anche la mia reazione. Mai, alla lettura di quelle pagine, avrei immaginato che una persona con una tale tensione nei confronti della vita potesse essersela tolta volontariamente. Mai avrei pensato che dietro quelle parole colorate, dietro quel pensiero cristallino, dietro quella luce, potesse esserci tanta sofferenza. Mi sono sempre riconosciuta nelle sue parole, fin dal primo istante. Sentivo, da subito, un legame stretto che è nella sua profondità di sguardo delle cose del mondo, nel suo slancio totale verso la vita, verso la sua più sottile essenza.

Poi ho letto la prefazione del libro scritta da Alessandra Cenni che ha confermato un pensiero che dentro di me si era presentato come puro presentimento. Riferendosi ad Antonia e alla sua prima ferita causata dal suo amore per Antonio Maria Cervi, Alessandra Cenni scrive:” Inadattabile alla vita per eccesso di vita, vi si getta con generoso gesto esistenziale, per una sfida intellettuale, sempre tra pudore ed effusioni”.

Ho sempre tenuto a mente questa frase che si può attribuire ad Antonia Pozzi, inadattabile alla vita per eccesso di vita, e quando Riccardo mi ha chiesto, in una domanda retorica, se era morta suicida, gli ho subito riferito questa frase e lui sorridendo ha capito immediatamente che cosa intendeva Alessandra Cenni e cosa intendevo io nell’avergliela riferita. Subito dopo Riccardo mi ha fatto notare che è così e lo è anche per noi: “siamo creature inadatte”, ha detto sorridendo e guardandomi negli occhi.

E forse è veramente così: il nostro sentire è eccessivo per riuscire a vivere; la nostra gioia, il nostro stupore ci rendono inadatti e inadattabili a qualsiasi forma di vita che non si trovi nella sofferenza, o ancora di più e in maniera più esatta, nella nostalgia.

Che se non avesse avuto quella ferita magari Antonia Pozzi non sarebbe morta così, se non avesse avuto un’anima così fragile, se non avesse accolto e ospitato generosamente ogni dispiegarsi della vita nelle più diverse forme, magari non sarebbe morta così. E tutto si riempie di silenzio e lacrime e “allora hai voce tu in me- con quella nota ampia e sola che dice i sogni sepolti del mondo, l’oppressa nostalgia della luce.” (Antonia Pozzi, La voce, 10 dicembre 1933)

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