Idiosincrasie a strati

Non mi piace e sono alla ricerca di nuove parole per definire il reale, per creare e distruggere e ricreare il reale. E spesso il dolore è l’unica via al sentire. E certo non manca, mentre torno a casa in autobus, ché la gente guarda la mia espressione di sfiducia, il lato sinistro delle mie labbra piegato verso il basso, a marcare lo sdegno.  Mi guardo attorno e mi sento a mio agio, perché la massa anonima di gente che mi circonda mi fa stare bene, mantiene le giuste distanze che servono alla coscienza per non indagare. So apprezzarle così le persone, nel passato che non conosco, che le porta ad essere lì dove sono anch’io, senza indagini e approfondimenti. C’è qualcosa che però passa ugualmente, da qualche stretta feritoia che lascia spazio a un’intuizione quasi istintiva. L’odore, forse. Il viso, forse. Forse tutto ciò che circonda una persona e che non è possibile definire. Già, perché non tutta la strada della conunicazione è stata percorsa, non da me, e per fortuna c’è ancora qualcosa che resta nell’ineffabile.

E ripenso a Montale a quanto ciò che più mi colpisce della sua scrittura sia qualcosa che ha a che fare con l’estetica. Mi colpisce la disposizione azzeccata delle parole, che nella frase occupano il posto giusto, come ponte che arriva ai nervi. Un linguaggio oltre il linguaggio, quello di queste parole, come scoprirsi fratelli, ma che forse ora non basta più. So che c’è la via, l’unica via, del pensiero e più mi ci addentro, più è difficile scendere a compromesso col profano, con la vita di ogni giorno. E mi guardo attorno e non sto bene. Non so cosa sia questa mia scrittura, che non è narrativa, non è scienza, non è letteratura e non è poesia, ma non posso arrestarla, no. E non posso pagarmi un corso di scrittura, perché non ho soldi da investire, non ho obiettivi fissi, entusiasmi stabili. Talvolta, però, è l’unica feritoia dalla quale riesco a far uscire ancora qualcosa, ché a parole spesso non so spiegarmi e necessito di calma e solitudine per cercare la linearità adatta al linguaggio. Ma in questo mondo di perfezioni morali, fisiche, estetiche, linguistiche non è ammesso il bisogno, la necessità che appare sempre troppo deplorevole per un umanità così ben fatta. E allora penso a quest’illusione che ci portiamo dentro, venduta da chissà quale ansia di felicità. Penso alle differenze sociali, a quanto ancora siano motore delle nostre scelte, delle nostre azioni. E forse così è giusto che sia, ma fa male lo stesso e quel male di vivere che attraversa i ponti delle parole di Montale, pervade anche me al pensiero che sotto i miei piedi ci siano meccanismi inconsci e spietati che guidano il mio camminare, che indirizzano il mio sguardo. Non ho abbastanza soldi per accedere alla cultura, non in modo sistematico.  Non ho abbastanza soldi per essere magra, ché a dieta ci si mette chi si può permettere di raggiungere i prodotti no fat sugli scaffali stracolmi dei supermercati. Non ho abbastanza soldi per essere avvenente, come le donne che passando lasciano scie di profumo. Poche volte nella mia vita ho avuto il piacere di farmi una doccia calda, perché le tubature di questa casa sono vecchie, come lo sono i miei vestiti, come il mio viso, che ricorda ere passate, anni ormai morti, sui corpi dei quali sbocciano i fiori del contemporaneo, che sono mondi ordinati, di visioni e sensazioni adatte a cuori semplici. E io con la semplicità non ho molto a che fare, il mio mondo è nel disordine di capelli mai in piega, e i fili intrecciati delle mie visioni sono sempre troppo aggrovigliati per piacere. Il fascino di qualcosa che è altro resta solo impressione, curiosità.  E se oggi i poveri si chiamano diseducati al benessere, allora anche io non ho avuto un’ottima educazione. Spesso mi sento cresciuta, adulta, ma questa emotività epidermica che spesso mi pervade mi ricorda da dove vengo. L’arte che tento non è mai compiuta. E se davvero potessi, aprirei a squarcio tutte queste dannate feritoie, con la sola forza delle mani, piantando in profondità le unghie in questa materia apparentemente piena di vita, facendone uscire urla strazianti da questo incessante ferire, da questa eterna lotta. Ché io la ricostruzione alle unghie non ce l’ho, quindi non posso sedurre un uomo, ma di forza ne ho, e proprio qui, nelle mani, che spesso mi servono per aggrapparmi, tenermi agli appigli, senza cadere.  Erotismi facili, eccitazioni a pagamento, perché è necessario non scordarsi che ogni cosa ha un prezzo.  Ha un prezzo essere belli, ne ha un altro essere colti, ne ha un altro essere ordinati, lineari e ne ha un altro ancora essere curati. Non hanno prezzo queste lacrime, non ne ha la bellezza che tengo stretta, non quella. Non gli occhi verdi di una madre, non la silhouette scura di una figura paterna che guarda oltre il vetro, all’orizzonte. Non queste forme di vita.

E in scena, adesso, ci sono solo corpi deformi, azioni interrotte, perché il mio fare è così debole, così poco incisivo, che non riesce a prendere posto nel mondo. E intanto provo gli altrove possibili, ché nella conoscenza, quella a cui mi è permesso accedere, ci sono dolori che sono malinconiche gioie. Alla ricerca di mondi dove vivere possa ancora stupire.

“Non è più il tempo dell’unisono vocale, Clizia, il tempo del nume illuminato che divora e rinsangua i suoi fedeli. Spendersi era più facile, morire al primo batter d’ale, al primo incontro col nemico, un trastullo. Comincia ora la vita più dura [...]

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Di passaggio

… E senza un inizio e una fine. Una notte così, bagnata dalla pioggia, era quello in cui da tempo speravo. E non a caso arriva oggi questa pioggia, proprio ora. Ché oggi sono più malinconica io di questo cielo grigio. E l’idea di partire, di doversi spostare, non è così facile come sembra. Mi rendo conto di non essere limitata a un corpo, ma che ci sono troppe altre cose che devono spostarsi con me. Se restassero qui quei libri, sentirei la mancanza di una parte fondamentale. E a pensare che sono solo parole. Di più, percepisco il valore della materia, ché il materialismo dilagante in realtà non fa che sminuire. Il valore delle cose. E quelle pagine, quei fogli di carta disposti a libro, è fuori dicussione che non vengano con me.

E poi i mille volti, che adesso, con quest’ansia di una (stavolta mia) sottrazione, so che per tempo non vedrò. E’ bello andarsene, cercare altro altrove, ma è difficile dover scegliere cosa portare e cosa lasciare. Sempre perché non so quale sia il giusto modo di vivere. E mondi incommensurabili mi si aprono davanti, geografie di pensiero sconfinate. Sigarette che mi fanno girare la testa. Sensazioni erotiche in immagini passeggere, indefinite, generate da intuizioni improvvise. Penso a quanto sia bello vivere, nonostante tutto.

“And I’d die for the truth in my secret life”

Addizioni

Il problema dell’ essere due, che è il problema dell’ essere uno raddoppiato, è la distanza individuale del vivere così differentemente la stessa cosa.

Confessioni

A volte mi manca il contatto con la penna. Allungo il braccio, al buio, allo sgabello che ho adattato a comodino, accanto al letto, e prendo il quaderno degli appunti, se si possono chiamare appunti le intuizioni, i pensieri che mi pungono mentre vivo le mie giornate. Mi ricordo di maggio. Ché il tempo resterà sempre un mistero. Guardo indietro con piacere e mai l’avrei immaginato. Fa ancora parte del presente la voglia di rompere il cristallo rigido di una persona in mille frammenti per ricostruire una forma nuova. E tutte le storie immaginate. Soltanto immaginate.

E penso a chi c’è stato solo per poco nella mia vita, poche ore, pochi giorni. Penso a quanto non ho voglia di perdere nulla di quei piccoli istanti. “Ti prego” dico a me stessa. E poi quella luce già vista accanto a qualcuno che non eri tu, che la stessa non è, ma pur sempre la stessa. E questo linguaggio sciatto che esce senza voglia di essere migliore. Soltanto, soltanto per poco tempo e le nuvole e starci sopra, che mi fa tanta paura, e adesso no, adesso no, adesso le guardo con nostalgia quelle nuvole, nostalgia che mi spinge il ricordo a quelle attese buie di un mattino che non arrivava, attese ansiose all’aeroporto. E il panico dell’aereo che si alzava verso dimensioni sconosciute a me, al mio quotidiano. Ma c’eri tu ad attendermi e quel grigio era pieno di colore, se penso a quanto stavo uscendo dal pensare di ogni giorno.

No, non mi spaventano più quelle nuvole, adesso e quando spesso la mattina ho aperto gli occhi offuscati da una patina opaca, che più non inquieta. Tante volte ho scritto e immaginato una storia così e ora che l’ho vissuta sento il sapore della dannazione di qualcosa che rimane incompiuto, che non sfoga. Sento però l’odore di una bellezza pura e forse è questa la vera dannazione, che qualunque cosa, qualunque cosa, per mantenere la propria bellezza, deve conservare e custodire intatta la propria verginità. Ripenso a chi, con sottile saggezza, mi propone l’ipotesi che possa non essere il tempo a stabilire il valore delle cose, rompendo così un equilibrio apparente e sento che è sano, che la proposta è vera, è vergine.

Poteva essere anche meno di un’ora e sempre l’amaro di un addio sarebbe rimasto addosso a me.

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Labirinti

Ti direi di affacciarti sul mondo e di guardare gli innumerevoli volti, per poi farmi dire se hai saputo trovare, fra quella ampia molteplicità, un solo viso che ti possa essere familiare, capace di attirare la tua attenzione, il tuo interesse, tanto da voler penetrare il vissuto di quella persona nei suoi angoli più nascosti. Ti direi di affacciarti sul mondo e di guardare gli innumerevoli occhi, fra quella stessa ampia molteplicità, per sapere se puoi trovare uno sguardo più stupito di quello che io ho posato su di te. Ti direi di affacciarti sul mio universo, pieno di labirintici intrecci, di fili aggrovigliati, per sapere da te se è possibile che nulla rimanga impigliato in questa fitta rete, che tiene prigioniere le cose. Ti direi di affacciarti sul mio universo e di guardare con questi occhi, per sapere da te se con ciò che essi vedono, sia possibile non provare dolore. Ti direi di affaccirti sul mio universo per sentire il vuoto  lasciato da una risposta mancata. Ti direi di indossare questa pelle e di sentire, per qualche istante, il fastidio di quelle ferite che tu hai generato, per sapere, poi, se è ancora possibile lasciarsi andare nelle parole. Ti direi di affacciarti sulle stazioni di questa vita, a sentire se pesa di più un arrivo o una partenza, quanti sono i treni di passaggio, cosa lasciano, cosa portano via. Ti direi di ascoltare le frasi pronunciate in un incontro e il silenzio di un addio, per sapere quale, fra questi due suoni, sia quello più assordante. Affacciati su questi sogni, che raccontano di separazioni, di gioie solo intraviste, di luci autunnali, di brezza marina, di trasparenza, della fragilità del cristallo, di malinconiche attese, di nostalgiche memorie di passati lontani e futuri mai avverati. Sporgiti su questi mattini senza calore umano, sulle sere di solitudine. Affacciati su questo mondo e dimmi come sia possibile, abbagliati dalla luce dei tuoi occhi, non scoprirsi innamorati.

“Your eyes to the ground
and the world spinning round forever
asleep in the sand with the ocean washing over”


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Senza fiato

Se non sentite questo assordante grido di disperazione, è perché siete maledettamente sordi.

Alle vostre sottrazioni.

L’odore delle cose

Non mi succedeva da tempo. Ho tentato in tutti i modi di non affezionarmi agli oggetti, di non renderli testimoni, emblemi di qualche avvenimento legato al passato. Ho tentato di non possedere nulla, in questo specifico senso, che andasse al di là di me stessa, che non fosse quindi memoria, ricordo, qualcosa che inizia e finisce con i limiti della mia possibilità di intervento sul mondo. Ieri ho scoperto che non è così, che non posso farlo. Non so dire fino a che punto gli oggetti supportano la memoria, fino a che punto la memoria è invece indipendente dagli oggetti. So che le cose, oltre alla loro fisicità che le rende visibili, hanno anche un odore. Al di là delle scritte stampate in una lingua straniera su un biglietto dell’autobus di una città lontana, che si rendono immediatamente visibili, percettibili, l’odore che le cose conservano è ciò che forse più contrae i piani temporali, che in pochi istanti rende presente il passato.

Nel pensare al viaggio, l’accento viene eccessivamente posto sul piano geografico, ma così non dovrebbe essere. Ciò che più ha senso sottolineare in uno spostamente è che esso è frapposto fra un prima e un dopo, un prima che definisce il e un dopo che definisce il qui. Così, la cosa più straziante da pensare quando l’odore dei vestiti, che appositamente avevo lasciato nella valigia, che non avevo disfatto per ritardare il più possibile questo momento, mi riporta a quegli istanti ormai perduti, è che pur tornando nello stesso luogo geografico, rimarrei delusa nel non ritrovare tutto ciò che era prima.

E adesso, nel dopo, la visione di un cielo grigio non sarebbe la stessa, così come il respiro di pioggia che bagna, di quell’umidità che non potrà più avere lo stesso sapore di quel preciso momento, che non può tornare. E l’odore della mia pelle non è il solo che rimane attaccato ai vestiti e nel tirarli fuori dico a me stessa che sì, quell’odore lì è l’odore di Berlino, l’odore di Berlino in quei giorni, che non sarà mai e mai più l’odore di Berlino di altri giorni.

E’ un disperato tentativo di prolungare ciò che non può essere durevole con qualcosa che può esserlo ancora meno; faccio l’impossibile per far sì che la memoria non svanisca affidando questa alle cose, che, per natura, non possono che essere di breve durata.

Non so quale sia il giusto modo di vivere, come si sta al mondo, ma so cosa non mi aiuta a stare bene e fra tutto questo, sto male al pensiero che le cose possano durare solo pochi giorni, poche ore. Chi decide di abbandonarsi al tempo, all’effimero, può farlo esclusivamente in totale assenza di coscienza, altrimenti la sua vita sarebbe piena di angosce e i suoi sogni non potrebbero che essere tormentati.

Spero di avere la decenza e il pudore, in futuro, di essere all’altezza della mia inclinazione. Spero che l’odore di quella vita intravista possa svanire presto, perché della brevità e solo di questa può essere degna un’apparizione.

“Il senso delle cose toccate nessuno ti cancellerà più dalle dita”

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C’était un roman d’amour, c’était un livre d’aventure. C’était un roman d’amour.

Ho il sonno molto agitato e faccio sogni strani, che al mattino non riesco a ricordare con esattezza. Rimane solo qualche immagine vaga e il letto completamente disfatto. Strano accorgersene solo al mattino quanto la notte è stata sofferta, nervosa, piena di angosce, quanto la vita dei sogni sia intensa, quanto tutto ciò che abbiamo dentro sia sempre in movimento. Strano che tutto questo venga fuori solo la notte, quando ci allontaniamo da noi stessi, forse per essere più vicini a noi stessi, e non durante il quotidiano, nel quale solo si può intuire una mancanza di equilibrio, ma non a livello cosciente.

Credo che la poesia sia questo, alla fine di tutto. I sogni sono inquieti quando non ho la percezione del dove, del chi, delle coordinate generali che danno stabilità. E sembra di vivere in un romanzo, sempre al limite fra realtà e sogno, realtà e immaginazione.

Ci sono momenti della vita in cui mi sembra di vivere in un film, o più precisamente in un romanzo. Penso spesso alla frase pronunciata da Marianne, in Pierrot le fou di Jean-Luc Godard, mentre è in auto con Ferdinand. Marianne, prendendo spunto da un annuncio fatto alla radio, dice che la rattrista pensare che la vita non è chiara, logica e organizzata come lo sono i romanzi.  E’ un rapporto strano, enigmatico, che forse ancora adesso non mi è chiaro, quello fra vita e poesia, vita e romanzo, vita e film. Non saprei dire, parlando in maniera del tutto autoreferenziale, dove inizia una e dove finisce l’altro. So che spesso un film può condizionare il mio sguardo sulle cose, ma so anche che per scrivere o immaginare una storia, devo necessariamente attingere alla fonte dell’esperienza, non necessariamente vissuta, ma molto più spesso, anche solo pensata, intuita. Anche per questo, forse, mi riesce difficile percepire su piani distinti azione e pensiero.

Così, camminando per le strade di questa città, mi assalgono le immagini vissute, che prendono forma distaccandosi dalla loro originaria condizione di parole scritte, de La schiuma dei giorni di Boris Vian ed entrano a far parte del mio quotidiano. L’apatia e la ricerca disperata di un volto che sia referente di desiderio, l’amore trovato, finalmente, che rende migliori le cose di tutti i giorni, lo sguardo che si fa limpido, cristallino, che è incapace di non vedere luce e la fine di questo incantesimo, la lenta ascesa verso il buio, di pareti che si restringono, fatte di spazi claustrofobici in cui le persone cambiano aspetto, appaiono logorate, invecchiate. Tutto questo è qui, addosso, negli occhi che si chiudono per l’eccessivo abbaglio della luce del sole, e il mio animo che mi fa sentire a mio agio solo sotto il cielo grigio, e le energie che mancano, e il sonno che mi assale, e la voglia di chiudere gli occhi e riaprirli solo dopo che il dolore è terminato. Intanto i ricordi collezionati, carichi di paura di essere smarriti, si susseguono in un montaggio straziante che non posso sopportare e le canzoni che scatenano tutto questo, le stesse che pochi giorni fa mi riempivano il cuore di gioia, la bocca di sorrisi e gli occhi di luce, sono state da me accantonate provvisoriamente, ma non per questo presente che appare eterno e assoluto, in un angolo nascosto nel quale devono rimanere per sempre, seppellite dalla polvere del tempo al quale miseramente si sono sottoposte. E mi viene voglia di registrare il rumore del brecciolino di queste strade rovinate, che suona sotto i miei stivali, unica musica degna di accompagnare il susseguirsi di queste semplici azioni vuote, che riempiono le ore prive di qualunque vitalità di queste giornate umide di pioggia. Nulla può essere scritto e poco può essere detto. Si può solo dormire.

Intanto qualche sogno di una poesia vissuta in poche ore, che rende presente, per qualche secondo al quale non so dare tempo, la sensazione sintetizzata di ore passate, di quei momenti di quella fase centrale, e ahimè meno duratura, dalla quale dipende la nostra felicità, che ci suggerisce parole da scrivere, frasi e situazioni da pensare, mondi migliori da creare e in cui vale la pena credere. E poi il buio, di nuovo, al risveglio che tutto è finito, ancora una volta. Ché forse la speranza di un’altra vita, di universi in cui la possibilità di qualcosa di bello è ancora possibile, è nelle immagini di un film, nelle parole dei poeti, nei mondi utopici, ma ancora di più, chiari, logici e organizzati dei romanzi.

And by the time the sun’s gone down tonight, you’ll know that you’re the only one.

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Chi

Un’incoscienza leggera. Un pensiero indefinito. Nuovi alfabeti. Libertà dalle vite precedenti. Un’invocazione di futuro. Il sogno di un cielo grigio.

La voglia di portarmi addosso le cicatrici. Per sempre. A ricordarmi di quanto fa male, spesso, per sempre. Per non dimenticare, se non altro come ci si sente vivi.

Graffi su tela

Vedi? è tutto un gioco di forme, di modulazione della realtà materiale, dei colori, delle forme, dei liquidi. Un vero e proprio esperimento continuo di pittura, incisione su materiali grezzi, su tele già sporche. Lasciarsi andare in un sorriso che diventa risata fino a coinvolgere ogni parte di questi corpi stancati di malinconia, rotti di dolori e ferite senza nemmeno più sangue, di risa isteriche che di gioia hanno ben poco. Vedi? Non è mai stato facile vivere, ma la gioia e lo sconforto sono all’interno di tutto questo, del vivere, niente può dirsi bellezza al di fuori di questo. Senti questo assordante silenzio? è il risultato di tanto rumore che svanisce assorbito dal circostante, dalla materia che tutto fagocita. Non ti chiedo di gioire per questo, né di lasciarti pervadere dallo sconforto di qualcosa che potrebbe essere diverso, solo di lasciarti trascinare in questa danza di contrazioni, che non permette l’arresto. Dipingi la tua tela di questi colori che sono le parole, da’ loro vita con la potenza creatrice del fiato, regola la loro intensità con ciò che di più bello possa esserci, l’amore, e disponile con ciò che più ci rende umani, il pensiero, così che possa esserci ordine. Parole che siano profetiche, segno che tutto spieghi, incisivo, non generico, esatto. C’è chi dice che la vita va vissuta da artisti. Mi sento responsabile di questa voglia di costruire, di estrarre dal molteplice il pezzo giusto, la forma adatta, che non sia astrazione, che sia visibile, percepibile al tatto, esposta alla luce, modellabile, suscettibile.Queste erano le origini, ma questo tempo è fatto di nostalgia di passati migliori, ancora tutti da assorbire, da penetrare con la vita. Questo non è  il nostro tempo, ma quello vissuto da altri prima di noi. Questo non è la nostra lingua, ma non possiamo parlarne un’altra. Tutti scrivono, tutti recitano, tutti pensano. Un urlo. Che non scatena silenzio. Solo piccoli frammenti, quasi impercettibili, di voci roche, alcune sottili e acute. Piccoli gesti nevrotici, che accompagnano una musica che si fa rumore in suoni brevi e interrotti. Gli dèi sono lontani. Non c’è parola che crei nuovi universi, non c’è fiato per il possibile. I pensieri si fanno vacui, stanchi i sorrisi appena accennati. Andare avanti senza destinazione. Luce, bellezza, colori. Niente di tutto questo. Non c’è più né bianco, né nero, nemmeno nelle fotografie. Resta solo un diffuso grigio che trascina a terra queste esistenze che si lasciano percorrere solo dalla stanchezza. E il sogno di un’altra vita, di una terra che torni all’originaria fertilità. Non c’è modo nemmeno di volere, di desiderare. Nemmeno le lacrime si afferrano più. Mi dispiace, non so donarti di più. Non resta che abbandonarsi in un dolce sopore, riscaldandosi dal calore di questi corpi quasi vivi. Vedi? questo è il tempo che attraversiamo, quando mettiamo piede e lasciamo traccia labile in questa realtà. Non ti chiedo di versare lacrime per questo, non sa valere nemmeno il sale della tua anima questa mancata essenza. Prendimi la mano, prendimi i fianchi. So che possiamo essere una sola cosa. C’è questa vita, c’è questo secondo sogno, un’altra chance, una luce lontana, solo un po’ difficile da scorgere. C’è una porta che dà sul mare. Verde. Blu.