Iperuranio
Ci sono persone che nascono con un preciso destino già tracciato, come se addosso avessero un segno indelebile che li accompagna per la vita. Se dovessi guardare me stessa e pensare a un motivo ricorrente della mia vita, per me il segno si identificherebbe con la solitudine. Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia mi vede da sola nel giardino della scuola, avvolta nel cappotto, che a testa china mi guardo le scarpe e lontane si odono le voci dei bambini che giocano divertiti in compagnia.
So che ora è così e che lo sarà sempre. Non è colpa di nessuno, credo: non è colpa mia e non è colpa della gente, solo di questa vita, di questo “velenoso mondo che mi attira e mi respinge” continuamente.
Così, adesso, dopo più di dieci anni, mi ritrovo a sentirmi estremamente sola guardando una ragazza in sovrappeso, vestita solo di cattivo gusto, che manda messaggi con il telefono mentre mastica una gomma. Penso che, tutto sommato, la sua vita non è poi tanto differente dalla mia e mi sale la tristezza e la poesia che vorrei svanisce nel nulla. E’ brutto e doloroso dover vedere e sentire dentro se stessi certe cose, sopratutto quando ci si fa portatori di certi ideali, e allora tutto si amplifica, la bellezza, la poesia, la luce, ma anche la sofferenza, la solitudine e il dolore stesso.
E torna la poesia, sola, nel bagliore del ricordo della luce. Il ricordo di lui e la tensione verso l’amore che colora questo grigio.
E’ difficile uscire da tutto questo, dal grigio di cui siamo circondati. Mi sento in difetto per non saper fornire una via d’uscita, un bagliore che sia anche lontano, che si possa anche solo intravedere e che mi sento, ogni volta, in dovere di dare. Ogni luce raggiunta necessita di grande sforzo, di numerose rinunce, di selezione accurata che non sempre è possibile. Quanta, a questo punto è doveroso domandarsi, quanta è questa possibilità di vivere diversamente? Fino a che punto è possibile far scendere a compromesso gli ideali con la vita ritualizzata, cristallizzata del così-è-e-così-si-fa? Dov’è lo spazio che possa accogliere una vita altra? qual è la via della realizzazione? E proprio la vita della routine mi impedisce, talvolta, di cercare, di approfondire, di cercar senso.
Vero è che dovremmo esser liberi di dispiegare il nostro volere, tendere, idealmente verso uno stile di vita senza imposizioni morali che dicono cosa è giusto fare (secondo chi?) e cosa invece non lo è.
Dicevo tempo fa, al diretto interessato, che so che essere innamorati ci rende persone migliori.
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