Ciò che resta

Il canto del cuculo mi ricorda, da sempre, fin da bambina intendo, qualcosa che non riesco a identificare. Quel suono non ben definito, lontano, appena giunge alle mie orecchie fa sì che io sia assalita da un senso di nostalgia. Non è niente che abbia a che fare con eventi, con persone, ma qualcosa che riguarda me sola, e la notte.

Suoni che mi rimandano nei luoghi dell’anima più profondi, quasi dimenticati. Sentire un aereo che passa sopra questo tetto mi permette di pensarmi in un percorso che non è fatto di frammenti. Riesco a scorgermi, tramite questi motivi che ricorrono, in una linea continua che non presenta interruzioni.

E la notte, sempre temuta e sofferta e fatta di sonno inquieto, certi giorni appare come occasione per aprirsi al mondo, alle persone, a sé stessi.

Penso alla gente che passa, agli incontri mancati, agli addii. Penso a quanto sia doloroso e innaturale doversi staccare emotivamente e fisicamente da qualcuno. Questo stacco, quando è volontario e non spontaneo, che non segue cioè il corso naturale delle cose, è ciò che non mi permette di pensarmi in un percorso lineare, ciò che rende la mia vita una composizione di momenti, ognuno di questi caratterizzato dalla presenza di qualcuno che da un certo punto in poi diventa passato. E questa parola, passato, è per me sia un participio che un indicatore temporale.

“Non so se ti conosco; so che mai diviso fui da te come accade in questo tardo ritorno.”

E ogni volta è una forzatura. Tornare sui luoghi che per tempo sono stati scenario di felicità e dolore, di vite sognate e forzare la propria memoria per far scivolare tutto nell’oblio, per la frenesia di vivere presto il futuro che deve essere, anticipare il tempo per far scivolare ciò che finora è stato presente.  E questo innaturale rapporto col tempo è ciò a cui ci costringiamo. E se questo è, la nostalgia è allora il retaggio di un tempo che ho voluto scacciare per la fretta di vivere, è la ferita mai guarita che duole nei momenti di raccoglimento di sé, e che unisce ciò che è stato diviso, è tutto ciò che resta.

“La lima che sottile incide tacerà, la vuota scorza di chi cantava sarà presto polvere di vetro sotto i piedi, l’ombra è livida -  è l’autunno, è l’inverno, è l’oltrecielo che ti conduce e in cui mi getto, cèfalo saltato in secco al novilunio. Addio”

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