Szeretlek
Così: un giorno qualunque, che mai avrei pensato come oggi, devo rincontrarti. Lo so, cado nell’angoscia. Devo vestirmi, come mi vesto? devo essere puntuale, anzi no, devo arrivare un po’ prima, così ascolto qualche canzone di De andré che mi fa stare bene. Nervosismo su tutto il corpo, che scopro di portarmi avanti da giorni. Scendo freneticamente le scale e dimentico tante cose: il telefono, il tuo attestato di fotografia, le chiavi di casa tua, il regalo dei nostri amici che hai lasciato qui. So che dormi nella camera che abbiamo abitato per anni. Rivivo tutto: ogni momento, ogni istante, ogni luce. Manchi ovunque e non vedo l’ora di ristringerti in un abbraccio. Le mie braccia ti cercano: per troppo tempo sono state senza te; da troppo tempo ti aspettano. Prendo la macchina, vado in piazza e ti aspetto. Non arrivi. Penso a cosa ti dirò, con quale tono di voce ti parlerò. Guardo ad una ad una ogni persona che passa, anche le più lontane, in cerca di te, nel tentativo di riconoscere il passo tuo, che ricorderò sempre. E’ lui? mi domando. No, cammina troppo veloce, mi rispondo. Devo spostarmi da qui, perché il tipo con la macchina parcheggiata davanti alla mia deve uscire. Dannazione. Mi sposto, ma la visuale è coperta dai cassonetti. “Sto arrivando, sto sull’auto” arriva il tuo messaggio e penso a scrivere questi momenti, dentro me, sul mio blog, sulla mia pelle, sul mio volto. Dentro i miei occhi. Passa del tempo. Persone mi salutano e io sono troppo nervosa. Arrivi. Ci parliamo come vecchi amici. Ti faccio i nomi delle persone verso le quali ho delle tensioni. Mi chiedo se hai qualcuno vicino. Penso che vorrei averti qui, a Roma, nella mia città. Penso che vorrei stare con te per la vita. Penso che non avrei dovuto perderti. Penso al possibile che non abbiamo vissuto. Rivedo quella luce e sto male. Penso ai miei errori, alle lacrime che verserò stanotte che non sarà di sonno. Vorrei darti un bacio sulla guancia mentre parli. Mi trattengo e non lo faccio. Fa male pensare che potrei essere invadente con te, proprio con te, che ti avrei dato in dono la vita mia, la mia luce, la mia fertilità. Ci salutiamo. Stringersi in un abbraccio fa malissimo. Doverti salutare fa ancora più male. “Scusa, è che ti voglio troppo bene” ti dico. In tutte le mie parole, anche quelle dette nella distrazione, scivolano i ricordi di ogni giornata passata al tuo fianco. Poesia.
Non è una storia, non è una storia qualunque e se ve la racconto è perché non capita a tutti e voglio donare al mondo la bellezza che ho conosciuto. E’ ciò che mi segna di più nel profondo. Non è una storia d’amore. E’ la mia seconda vita. Non ce la faccio nemmeno a piangere. Percepisco un senso di urgenza di starti accanto. Intanto, nella testa i nomi del presente, che vorrei chiamare a invocazione, per un’urgenza di anticipare il tempo, che sembra sempre troppo poco.
Due vite ho saputo vivere: quella della mia infanzia e la vita con te.
Per sempre tua.