Agonia
“Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso. Ciò può essere futile o infinitamente patetico: in Erwartung (attesa), una donna aspetta, nella foresta, di notte, il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia. Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni”
E’ così che inizia il capitolo dedicato all’attesa di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Mi ritrovo a citarlo perché capisco che durante le mie giornate non faccio altro che aspettare: una telefonata, un messaggio, una mail, un’ora precisa della giornata, un momento particolare, una risposta, un cenno, un segno. Il più delle volte l’attesa risulta vana, ma nel momento in cui lo capisco, essa si raddoppia poiché cambia l’oggetto dell’attesa.
Non credo ci sia nulla di più straziante. Passare ore, lì, immobili, nell’impossibilità di movimento, con il pensiero concentrato solo su di lui e niente che possa portar via quell’attenzione: è un vero strazio.
Ci si sente vuoti, bloccati, senza forze perché non si può nulla. Rabbia perché le cose non vanno mai come dovrebbero. Aspettare stanca, canta a ragione Fossati . E’ un vero e proprio senso di stanchezza, di più, direi quasi di nausea.
Per me l’attesa è la tensione verso ciò che si desidera e se non si ha ciò che si desidera allora ci si fa prendere dall’angoscia, dall’inquietudine e di conseguenza dall’insoddisfazione.
Come si fa a non aspettare? cosa succede quando si smette di aspettare? E’ possibile non aspettare? Una simile domanda la rivolgeva al padre il personaggio principale, l’io narrante, del libro di De Luca Non ora, non qui. Il padre rispondeva: “se tu sarai capace di stare senza attesa, vedrai cose che altri non vedono”. E ancora: “quello a cui tieni, quello che ti capiterà, non verrà con l’attesa”. Mi piacerebbe pensare che sia così, ma sembra impossibile, per me, vivere senza attese. Se da una parte infatti l’attesa mi si presenta come qualcosa di estremamente straziante, dall’altra trovo in essa una motivazione, uno stimolo per guardare al futuro con, appunto, delle aspettative.
“E tutto il tempo in cui non ho vissuto, gli anni passati a guardare chi tornava e chi no. Quelli non li ricordare, quelli non ci sono più”. Questa frase un po’ mi dà speranza. Capisco che parte della mia costante attesa dipende dalla tensione che ho verso gli altri. E così, ogni sera, ogni mattina penso a chi incontrerò nella giornata che sta per cominciare, o in quella che deve ancora venire e aspetto, aspetto che si realizzi l’incontro, aspetto.
“sono innamorato? sì, perché sto aspettando.”
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