Vite di altri
Non è così che mi piace vivere. Preferisco i momenti di intensa sofferenza, che comunque mi fanno vedere le cose del mondo con uno sguardo pieno di vita, a questi momenti interminabili di nausea costante che rischia solo di portatmi sempre più giù, senza la bellezza e la piacevole sensazione di sentirmi viva. E ci si ammala nell’animo, ma anche nel corpo e la condizione interiore, come sempre, si trova in perfetto accordo con quella esteriore.
Sto acquisendo sempre di più la consapevolezza che negli ultimi tempi ho trasformato questo blog in una sorta di diario. Da che l’intenzione era quella di porre i miei problemi come oggetto di riflessione condivisa, a che questa pretesa ha cessato di essere e si è risolta in una narrazione chiusa di un mondo interno che non può che essere il mio.
E’ la pretesa dell’oggettività che mi ha portata fuori strada: l’idea che debba esserci un percorso collettivo e per questo condivisibile. Adesso mi ritrovo a domandare a me stessa la validità di questo tentativo e il perché del suo fallimento. Per quale motivo dovrebbe esserci una linea teorica che racchiuda in sé una validità condivisa? Per quale motivo ciò che è partecipato dai molti deve essere valido per tutti?
Nella ricerca dell’oggettività ho la pretesa di uscire da me stessa o quella ancora peggiore di pensare che ciò che io percepisco e che vivo sulla mia pelle sia la percezione di tanti altri. All’inizio dell’indagine scientifica, che è sicuramente il percorso che più di tutti ha come metodo questa pretesa, posso prendere come oggetto di ricerca ciò che è altro da me, ciò che è esterno. Arrivati a un certo punto della ricerca (spesso si tende a identificarlo con il punto massimo) entro in crisi perché capisco l’impossibilità di non essere soggetto.
Entro in crisi perché la mia vita è costruita nella soggettività, perché le linee generali valgono solo a metà quando la vita mi mette alle strette e trovo molto più conforto nelle parole di Montale che nella psicologia.
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