In principio era il verbo

E l’idea che poco di ciò che diciamo è frutto del nostro pensiero, che la maggior parte delle parole che pronunciamo è già stata detta un po’ mi spaventa. Poco è quello che creo. Riconosco una verità in questo: soprattutto nel periodo che sto attraversando in cui cerco nelle parole dei poeti una definizione allegorica di una condizione che con le mie competenze linguistiche non so dare. E così faccio mio un linguaggio che non ho creato, entro a far parte di un universo linguistico nuovo che mi trovo a esplorare e poi ad abitare.

Cerco, ascolto, valuto, ma soprattutto lascio entrare, lascio accoglienza alla penetrazione di parole dette da altri. In un secondo momento posso poi modulare a invocazione, a preghiera, a grido di aiuto il fiato condesatosi in parola, in voce, in incisione che ho lasciato entrare e che ormai si è scritto da qualche parte dentro me. E questa azione attiva mi si presenta come il possibile dentro il quale si racchiude, in un silenzio dinamico che sta per diventare rumore e vita, una rinascita.

Quando dal mio buio traboccherai di schianto in una cascata di sangue – navigherò con una rossa vela per orridi silenzi ai crateri della luce promessa” (Antonia Pozzi)

Natale, che quest’anno sento ancora meno come evento sociale, collettivo, lo percepisco dentro me come evento senza tempo, segno interno di un fiore che sboccia, traccia indelebile di una nascita fatta di eterna bellezza. Come queste parole che sfuggono al tempo, cariche di eternità e quindi di bellezza, che lascio a dialogo come invocazione:

Pur di una cosa ci affidi padre, e questa è: che un poco del tuo dono sia passato per sempre nelle sillabe che rechiamo con noi, api ronzanti. Lontani andremo e serberemo un’eco della tua voce, come si ricorda del sole l’erba grigia nelle corti scurite, fra le case. E un giorno queste parole senza rumore che teco educammo nutrite di stanchezze e di silenzi, parranno a un fraterno cuore sapide di sale greco”. ( Eugenio Montale)

Tags: , , , ,

Lascia un commento