Anima condivisa

E’ bello quando gli spunti per le riflessioni arrivano dalle persone che ci sono vicine, dagli amici, quelli belli, quelli veri. Proprio oggi, in un momento di raccoglimento con una persona con cui sento un forte legame, parlavamo di Antonia Pozzi, una poetessa di inzio novecento morta suicida a soli ventisei anni. Ho fatto leggere a Riccardo, questa persona, la poesia con la quale mi sono avvicinata a questa mente sottile, a quest’anima fragile, a questa splendida penna e donna che era Antonia Pozzi. Vertigine, il nome della poesia.

Alla fine della lettura, Riccardo ha girato il libro e ha letto la terribile fine di Antonia: la sua reazione alla notizia è stata anche la mia reazione. Mai, alla lettura di quelle pagine, avrei immaginato che una persona con una tale tensione nei confronti della vita potesse essersela tolta volontariamente. Mai avrei pensato che dietro quelle parole colorate, dietro quel pensiero cristallino, dietro quella luce, potesse esserci tanta sofferenza. Mi sono sempre riconosciuta nelle sue parole, fin dal primo istante. Sentivo, da subito, un legame stretto che è nella sua profondità di sguardo delle cose del mondo, nel suo slancio totale verso la vita, verso la sua più sottile essenza.

Poi ho letto la prefazione del libro scritta da Alessandra Cenni che ha confermato un pensiero che dentro di me si era presentato come puro presentimento. Riferendosi ad Antonia e alla sua prima ferita causata dal suo amore per Antonio Maria Cervi, Alessandra Cenni scrive:” Inadattabile alla vita per eccesso di vita, vi si getta con generoso gesto esistenziale, per una sfida intellettuale, sempre tra pudore ed effusioni”.

Ho sempre tenuto a mente questa frase che si può attribuire ad Antonia Pozzi, inadattabile alla vita per eccesso di vita, e quando Riccardo mi ha chiesto, in una domanda retorica, se era morta suicida, gli ho subito riferito questa frase e lui sorridendo ha capito immediatamente che cosa intendeva Alessandra Cenni e cosa intendevo io nell’avergliela riferita. Subito dopo Riccardo mi ha fatto notare che è così e lo è anche per noi: “siamo creature inadatte”, ha detto sorridendo e guardandomi negli occhi.

E forse è veramente così: il nostro sentire è eccessivo per riuscire a vivere; la nostra gioia, il nostro stupore ci rendono inadatti e inadattabili a qualsiasi forma di vita che non si trovi nella sofferenza, o ancora di più e in maniera più esatta, nella nostalgia.

Che se non avesse avuto quella ferita magari Antonia Pozzi non sarebbe morta così, se non avesse avuto un’anima così fragile, se non avesse accolto e ospitato generosamente ogni dispiegarsi della vita nelle più diverse forme, magari non sarebbe morta così. E tutto si riempie di silenzio e lacrime e “allora hai voce tu in me- con quella nota ampia e sola che dice i sogni sepolti del mondo, l’oppressa nostalgia della luce.” (Antonia Pozzi, La voce, 10 dicembre 1933)

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  1. Alessandra CEnni ha detto:

    Grazie delle tue parole. Domani parto per un giro di conferenze sull’opera di Antonia e mi accompagna il tuo intelligente e sensibile pensiero. Sì, inadatti alla vita per eccesso di vita. Ti abbraccio.
    Alessandra Cenni

  2. Noemi ha detto:

    Sono io che ringrazio te per le parole. Nel freddo di un risveglio solitario hanno saputo mettermi molta gioia. Spero di risentirti presto e continuo a leggere Antonia. Ti stringo anch’io in un abbraccio.
    Noemi

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