“M’attendo di ritornare nel tuo circolo s’adempia lo sbandato mio passare”
Per molti l’infanzia coincide con il periodo più problematico dell’esistenza e i ricordi che le si attribuiscono hanno sempre un gran carico di tristezza. Per me non è stato così. Tutti i ricordi delll’infanzia sono molto malinconici, ma credo che sia stato il periodo più significativo della mia esistenza. Tornando indietro col pensiero, posso notare come molto della mia personalità si poteva scorgere già dai primi anni della mia vita. In questo momento, posso farmi carico di quella pesantezza esistenziale che ha segnato il mio viso, i miei lineamenti e le mie espressioni. Posso farmi carico di tutto ciò e con la consapevolezza che allora mi mancava, posso accedere al passato. Capisco solo ora perché le immagini del mare mi prendono allo stomaco, perché non posso non riconoscermi nelle parole di alcuni poeti. Nell’infanzia ci addomestichiamo a uno stile di vita, costruiamo un immaginario di cui solo col senno di poi possiamo tracciare una linea retta che funga da filo conduttore.
Ed è proprio questo filo fragile che è la memoria che ci permette di attingere alla fonte della nostra esistenza. Per questo motivo dedico le parole che seguono a una delle persone che più hanno lasciato traccia nei miei ricordi di bambina, per quanto lei ignori tutto questo. Le scrivo qui perché chiunque condivida il mio immaginario possa riconoscersi in un percorso comune.
Scritte dopo un sogno che mi ha permesso di rivedere alcuni momenti, queste parole sono per te:
Racchiuso nella claustrofobia di una luce incerta, il mio grido strozzato non raggiungeva le tue orecchie di bambina. Sorelle d’infanzia, di una vita inghiottita dal tempo, urlavo il tuo nome in cerca di soccorso.
Perse nella solitudine di un cammino senza ritorno, correvamo verso una rete grigia e sui crinali di un vulcano ormai spento. La divisione è arrivata anzitempo: troppo presto per le nostre limpide e cristalline fantasie.
Sopra di noi non c’erano che alberi e, intrecciati i loro rami, rendevano una visione del cielo turchino quasi impossibile. Se non da una feritoia della memoria, il nostro passato di sorelle è intrappolato sotto quel groviglio di natura che ne impedisce l’accesso.
A te dedico il mio ricordo di bimba, affinché resti attaccato ai tuoi ricci neri carbone, nella speranza di averti al fianco nell’eternità di un tempo finito.
30 settembre 2009 alle 22:58
Ohi ciao, guarda te il destino, stasera avevo voglia di leggere il tuo blog e mi è capitata proprio quella lettera che mi avevi fatto leggere…… Non dico telepatia, però mi dà da pensare.
Invidio un pò la tua capacità di riconoscere ciò che sei adesso in ciò che sei stata in passato, purtroppo se guardo indietro ho la sensazione di vedere un’altra persona, una creatura che non riconosco essere me stessa……..
Forse la mia è solo paura di accettare che anche quella bambina piagnucolona e chiusa al mondo faccia comunque parte di me, forse vorrei estirparla come si fa con i rami malati, per rendermi più forte e sicura.
O forse è solo che non riesco a ricordare i momenti felici: mio padre per esempio quando mi racconta come ero da piccola mi descrive sempre come una specie di folletto sveglio e imprevedibile, uno spasso!
E’ vero, con la consapevolezza dell’età adulta si può guardare meglio al passato, e quello che vedo io non mi piace: l’unica sensazione che ho è che non passava giorno che io non piangessi almeno una volta… forse anche i miei amici ci sono passati e io non lo so perché non l’ho mai chiesto, ma personalmente non credo sia una cosa normale!
Sapere che c’è gente che riesce a vedermi in modo diverso dal mio mi rincuora, dovrei chiedere a tutti quelli che mi hanno conosciuta da piccola che idea avevano di me, in fondo non penso che già allora fossi in grado di nascondere quello che provavo.
Da ciò traggo che forse era proprio segnato che io coltivassi più anime che trovassero senso solo nell’interpretazione (mo me sa che me la sto a tirà un pò…)
Non ricordo quasi più perché ho cominciato a scriverti, so solo che leggendo mi è venuta voglia di risponderti, e ammetto che scrivendo ho anche risposto un pò a me stessa, si sente che è da tanto che non aggiungo niente nel mio blog!
Ti mando un grande bacio a mo di lettera XXX
Alla prossima =)
1 ottobre 2009 alle 17:29
Ciao!
dunque, intanto ti dico che non c’è nulla da invidiare perché i nostri sono percorsi diversi, ma entrambi problematici, da quanto ho capito.
Quanto al non riconoscersi guardando indietro credo sia un processo normale se ci si guarda dall’esterno: se vedo una foto di quando ero piccola mi fa strano pensare che sono io. Secondo me questo succede per due motivi: il primo è un problema di coscienza e il secondo è problema di frammentazione tipico dell’epoca che stiamo vivendo. Per quanto riguarda la coscienza: da piccoli, come scrivevo, non si ha coscienza di sé, non c’è un Io che ci dica chi siamo, e nel momento in cui acquistiamo questa consapevolezza ci è necessariamente difficile guardare indietro pensando a un percorso lineare e coerente. Per quanto riguarda il discorso della frammentazione: Benjamin parlava proprio di questo, della mancanza di un riconoscersi in un percorso intero e tutto ciò è l’espressione di una caratteristica della vita contemporanea che è formata da tanti piccoli frammenti e così succede nel ricordarsi: ci si riconosce solo in tanti piccoli frammenti.
Una cosa che ho sempre voluto dirti è che non devi guardare indietro amareggiandoti se sei stata diversa da come sei ora. Io cambio continuamente e ciò che voglio oggi non è necessariamente ciò che voglio domani e ciò che sono ora non sono mai stata prima e né sarò dopo. Non bisogna rinnegare nulla. Se piangevi voleva dire che eri particolarmente sensibile, che qualcosa ti spingeva verso quella fragilità, ma nei tuoi occhi azzurri splendeva già una luce di una promessa. Tuo padre ti dice bene, perché sicuramente ricorda meglio di te e io non ho dubbi che anche da piccola fossi uno spasso!
Quanto al discorso del nascondere le sensazioni, i pensieri, le emozioni, i sentimenti ecc, ti dico che secondo me, senza che tu te ne stia accorgendo, stai cambiando molto. Mia madre, l’ultima volta che ti ha vista, ha detto che sei molto diversa, che forse stai passando un periodo di crisi, ma che stai meglio e che hai più consapevolezza di te stessa e del mondo che ti circonda. Già il fatto di scrivere e quindi di ammettere che si nascondono i propri sentimenti presuppone un bisogno di farlo e l’espressione quindi di uno stato d’animo (e non è retorica!).
Quando mi hanno bocciata sono stata veramente tanto male. Mi sembrava di non uscirne più, di non vedere luce, di non avere uno spiraglio per respirare. Mi domandavo perché non potessi essere felice, cos’era che mi mancava per poterlo essere, visto che tutto sommato non c’era nulla per stare così male. Col senno di poi, ti dico che era giusto così, che stessi male e soffrissi, che vedessi solo del grigio attorno a me. Niente e nessuno poteva capirmi e tutte le belle parole degli amici e dei parenti servivano solo per pochi istanti di sollievo, ma era giusto così. Perché così ho imparato a respirare, ho imparato che “il viaggio finisce qui”, ma che “solo chi vuole s’infinita”.
Ti abbraccio strettissima.
13 ottobre 2009 alle 05:44
o_O pensavo che l’esistenza fosse il periodo più problematico dell’esistenza… ?huh?
13 ottobre 2009 alle 21:01
eheh…pura dialettica la tua, non mi spaventa
tutto bene da quelle parti?baci