Linguaggi muti
Stasera, nella più completa inattività, ho avuto il tempo per farmi un esame di coscienza e per arrivare alla conclusione che è veramente troppo tempo che non scrivo nulla su questo blog a cui tengo anche molto. Così mi sono imposta di scrivere qualcosa nonostante in testa non ci sia l’urgenza di mettere per iscritto un’idea che è stata partorita da tempo. No, non è così questa volta. In testa non ho nulla e in questo momento preferirei il silenzio. Ho deciso si fare un atto di violenza nei miei confronti perché ultimamente vivo troppo in questo silenzio. Ho come l’impressione che tutto sommato quello che c’era da dire, in generale, sia stato già detto o che comunque ci sia qualcun altro molto più sicuro e in gamba di me che possa dire, fare, vedere e interpretare molto meglio di come faccio, dico, vedo e interpreto io.
Credo si tratti di un periodo, ma sembra che arrivati a un certo punto sia inutile sforzarsi per lanciare un messaggio. Walter benjamin ci diceva che lo scopo della traduzione non è quello di mediare perché ciò che essa in questo modo trasmette non è che la comunicazione “e cioè qualcosa di inessenziale”( Walter Benjamin, Angelus Novus, Il compito del traduttore). Così è in questo momento per me la comunicazione, inessenziale.
Il problema è che nel tacere si comunica comunque, ma nel silenzio ci trovo una maggiore purezza che è anche pudore che rimane tale e non si sporca proprio perché non si esplicita e non cerca una dimensione altra, che non gli apparterrebbe. Nel tacere c’è sempre dietro una grande tristezza che spesso non viene colta se non è accompagnata dal gesto più esplicito della sofferenza: il pianto. Tuttavia non esiste un silenzio dietro il quale ci sia nascosta una grande gioia. Se siamo felici per qualcosa di bello che è avvenuto, il primo istinto è quello di comunicarlo a qualcuno e subentra subito, quindi, la parola.
Ci sono momenti invece in cui tutto si annienta e, come scrive Beckett in Giorni felici “le parole mancano, ci sono giorni in cui perfino le parole mancano”. E ancora, sempre in Giorni felici “volgi la mente all’avvenire, Winni, al giorno in cui le parole mancheranno”. Che succederà quando perfino le parole mancheranno?
Forse ci priviamo di ciò che di più ci rende umani, e allora è una tragedia. Forse però è tardi, perché è già stato detto tutto e allora il giorno in cui le parole mancano è già arrivato e allora è meglio il silenzio.
Tags: Angelus Novus, Beckett, Giorni felici, Il compito del traduttore, Walter Benjamin
4 maggio 2009 alle 14:57
Tutto non è già stato detto. Altrimenti non si spiegherebbe come parole e storie riescano ancora a riempire libri capaci di arrivare dritti al centro di noi esseri umani.
Sul fatto che ci sia qualcuno in grado di fare meglio di noi, questo è indubbio, ma non rilevante: dipende dallo scopo che ci prefiggiamo. Se il tuo scopo è “fare, dire, vedere, interpretare” meglio di come possa farlo chiunque altro, i tuoi sforzi saranno troppo spesso votati al fallimento. E con i tuoi quelli di buona parte dell’umanità. Il problema è che dovresti cercare il modo di “fare, dire, vedere, interpretare” al meglio di come tu stessa puoi farlo e, soprattutto, secondo la tua sensibilità, i tuoi modi, la tua necessità. In un modo che risponda alla tua esigenza, alle tue domande, al tuo percorso.
Troppo spesso siamo ingannati dall’ansia di una qualche forma di visibilità intesa come l’essere i migliori in qualcosa e che questo nostro essere migliori sia riconosciuto da tanti (altrimenti come ce ne renderemmo conto?). E’ fuorviante e genera insoddisfazione (insoddisfazione che è in sé, se genuina, è stimolo positivo al fare meglio), anche se viene naturale esserne vittime.
In questi casi a me viene in mente, con un’interpretazione forse un po’ ampia, l’esortazione di Brodskj a essere grigi. Non credo sia un insegnamento da poco. E non ha niente a che fare con il puntare in basso sguardo e ambizioni, tutt’altro. E in questo percorso si impara a misurare il passo, a misurarsi, accrescendo la nostra conoscenza, affinando il modo di pensare, ampliando gli orizzonti.
Quanto all’inessenzialità della comunicazione, è un capitolo troppo ampio per discuterlo in questo commento, giusto il tempo di una brevissima citazione da Miguel Benasayag: “Chi parla di impegno deve diffidare della comunicazione” (da Contro il niente).