W la scienza!

Da poco sveglia, stamattina mi è capitato di leggere un articolo del biologo evoluzionista Richard Dawkins sull’ultimo numero di Internazionale. L’aricolo si intitola “Darwin ha ragione” e, come si può capire, il tema in questione è l’evoluzionismo. Le premesse dell’articolo di Dawkins affermano l’esistenza delle verità scientifiche, quali tra queste l’evoluzionismo, e smentiscono il relativismo.

Il mio intento in questo post non è certamente quello di confutare il pensiero di Dawkins, ma la lettura di questo articolo mi ha fatto capire meglio quali sono le mie domande in proposito e userò le affermazioni del biologo in questione come spunti di riflessione. La prima domanda che pone Dawkins è se è possibile dare delle opinioni sui dati scientifici, dicendo che gli scienziati ricevono costantemente obiezioni relativistiche ogni volta che essi affermano una verità fattuale. Da questa prima affermazione mi sorge spontanea una domanta: quando si parla di verità fattuale, si parla di verità assoluta? E se a questa prima domanda si risponde che per verità fattuale non si intende che una sola parte di verità, allora come si può non essere relativisti?

Da questo articolo emerge chiaramente il solito atteggiamento del biologo-tipo che è quello vicino all’atteggiamento positivista che arriva ad affermare che la scienza, tramite l’osservazione della realtà, non può cadere in errore poiché la realtà in qualche modo si svela da sola e le conclusioni dello scienziato sono ineluttabili e non possono essere diverse. Allora mi domando perché nella storia della scienza, molti scienziati osservando i medesimi fenomeni arrivavano a conclusioni del tutto differenti? E chi ci dice che ciò che sappiamo noi oggi circa alcuni fenomeni spiegati dalla scienza, nonostante le apparenti infallibili e lampanti prove empiriche, non siano nozioni fasulle in preda all’errore, come già tante volte è successo? Non è per cadere nel relativismo, ma allora è un atto di fede anche credere nella scienza, se non ho la certezza che ciò che mi è stato messo in testa (dalla società occidentale, peraltro) sia vero. Certamente, come scrive Dawkins, anche io che sono scettica, vado dal medico (e poi anche qui…ci sono da fare delle distinzioni) e quotidianamente uso la scienza, ma perché questo è il sistema di credenze che mi ha passato questo tipo di società.

Credo nell’evoluzionismo, ma per me questa teoria (o per chi vuole, verità), non sminuisce un intervento divino. Ammettendo che deriviamo dalle scimmie, mi domando, ma le scimmie da dove derivano? Come canta Franco Battiato,”ci sarà pure un motore immobile”, perché all’origine di tutto, ci deve essere necessariamente qualcosa che dia inizio all’inizio. E’ per questo motivo che secondo me la teoria creazionista con quella evoluzionista possono convivere tranquillamente. Così è anche per il relativismo e l’idea di una verità di fondo. Per esempio io credo che ci sia una verità che spieghi il tutto, ma credo anche che questa verità sia fondata da una serie di piccole verità che fanno parte dell’insieme. Anche per l’antropologo evoluzionista Tylor è così. Infatti Tylor vede la cultura come un insieme complesso che è costituito da tanti fattori che sono la religione, la morale, l’arte, il diritto ecc.

Un ultima domanda che pongo agli evoluzionisti è sul linguaggio. Innanzi tutto non capisco perché gli scienziati si occupino solamente della materia come verità fattuale, quando anche il linguaggio è una verità fattuale e quindi anche qui vanno cercate le verità dell’evoluzione. Se è vero che si procede da uno stato più semplice verso uno più complesso, come ci dobbiamo porre nei confronti del linguaggio che subisce il percorso inverso? dobbiamo considerarlo un salto in avanti il fatto che il linguaggio proceda dal complesso al semplice? Se si considera anche questo esempio una forma di evoluzionismo, bisogna allora decidere in quale dei due sensi esso può essere considerato vero, altrimenti si cade in contraddizione, cosa che la scienza categoricamente non accetta.

E’ infine normale che Dawkins si senta accusato di etnocentrismo dagli antropologi. I due sistemi di credenze, quello scientifico occidentale e quello, non saprei bene come definirlo, forse magico, mistico orientale, indagano cose differenti ed entrambi con i dovuti errori. Appartenendo al primo, mi sembra che l’errore di questo stia nel non considerare cosa ci sia alla base delle cose, cos’è che spinge il tutto verso il movimento. Il filosofo Peter Winch alla fine di un saggio sul come comprendere una società primitiva, afferma che il nostro essere maschi e femmine non indica solamente la nostra identità sessuale, ma anche il nostro modo di esprimere il mondo. Così la morte non significa solamente la fine della mia vita, ma anche la cessazione del mio mondo.

Forse non è questo il compito dello scienziato, anzi, sicuramente non lo è, ma allora credo ci debba essere un minimo di attenzione in più quando ci si vanta di avere la verità in tasca senza aver considerato una serie di cose che non sminuiscono il lavoro scientifico, ma che contrariamente renderebbero sicuramente più attendibili certe presunte verità.

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  1. Francesca ha detto:

    Ebbene, alla fin fine mi decido a lasciare un commento su questo blog, in quanto filnalemente – e lo dico con ironia – hai scritto qualcosa su cui si possa discutere e non semplicemente confrontarsi.

    Cercherò di chiarire la mia posizione rispettando i punti e le domande nell’ordine in cui le hai presentate.

    1. Le formulazioni teoriche di dati scientifici sono, a mio giudizio, interpretazioni basate su un paradigma tipo, elaborato e raffinato in un preciso contesto storico e sociale, come, se non ho frainteso il suo pensiero, ci ha già chiarito Kuhn. In generale, però, le teorie scientifiche hanno nella loro formulazione un enorme vantaggio: esse sono valide nella misura in cui si riferiscono ai loro parametri, sono,cioè, descrizioni formali – e non sostanziali – di un fenomeno. Si può portare ad esempio di questo il caso dei sistemi inerziali: la validità non è determinata dal principio (I principio della dinamica) ma dal sistema di riferimento, per cui se tento di applicare il principio di inerzia ad una pallina che rotola sul tavolo è chiaro che non otterrò alcun risultato, mentre ne potrei ottenere di migliori in assenza di attrito.
    La verità fattuale è il dato fisico in sè: la sua quantificazione e la sua espressione si sviluppano su piani discorsivi differenti. Le teorie scientifiche possono essere migliorate, raffinate etc…ma manterranno sempre la loro validità se considerate nel loro contesto (scientifico e teorico) di riferimento. L’errore è nella rilevazione del dato, nell’elaborazione del singolo, per questo i processi di verifica sono rigidi e rigorosi. Ogni teoria scientifica è, così, vera finchè non viene confutata da dati che ne smentiscano il sistema di riferimento; mi sembra, tuttavia, che nella storia della scienza siano più frequenti i ridimensionamenti dei sistemi di quanto non lo siano le loro confutazioni.
    Un’altra forma di “veridicità” è data alla scienza dall’applicazione: il successo nell’applicazione pratica di una teoria – in questo caso sarebbe meglio dire ipotesi – scientifica è un segnale, parziale, non sempre indispensabile, della sua validità.
    Dico questo ignorando completamente la fisica teorica di cui non conosco i meccanismi.

    2. Sui rapporti tra evoluzionismo e creazionismo dico, a fiuto, di esser d’accordo con te, anche se ammetto una discriminante: le posizioni degli evoluzionisti non mi risulta che siano necessariamente tanto “esclusiviste” rispetto al creazionismo di quelle di Dawkins. Insomma, ci sono scienziati che ammettono la possibilità di una creazione iniziale senza nulla togliere all’evoluzionismo.
    La cosa che però mi rende scettica è la necessità originaria di porsi la domanda: Da dove veniamo? Parlando a titolo assolutamente personale, mi sembra una domanda poco feconda, anche perchè la conoscenza delle origini della vita dubito possa fornirci una chiave di lettura dell’esistenza, del mondo etc… – anche su questo punto la propria Weltanschauung fa da padrona -. E poi, se la domanda sulla morte deve cadere nel silenzio, perchè non deve essere lo stesso per quella sulla vita?

    3. La domanda sul linguaggio è facilmente eludibile se si è disposti a concedere al linguaggio una forma, senza dubbio originale, di proprietà transitiva.
    Il nostro linguaggio si impoverisce, si semplifica e, su questo non c’è dubbio: è una realtà che possiamo constatare quotidianamente e con estrema facilità. é pur vero però che all’impoverimento del linguaggio corrisponde un arricchimento dei mezzi attraverso i quali il linguaggio si esprime. Lasciando da parte le filosofie del linguaggio che, come ho già avuto modo di spiegarti, a mio giudizio sono poco rilevanti a questo proposito, possiamo dire che il linguaggio ha il compito di evocare un contenuto, tale contenuto deve, cioè, essere comunicato. Tale comunicazione, se prima aveva come canali principali quello orale e quello scritto – non credo che l’accessibilità all’arte, alla musica etc…fosse tale da poter essere definita massificata – ora ne dispone di nuovi – TV, Internet, radio etc… -. Se prima si era “costretti” ad evocare con le parole, siano esse scritte od orali, dei contenuti complessi senza alcun tipo di supporto aggiuntivo, oggi avviene il contrario: l’accesso ai mezzi di comunicazione è tale da togliere alla parola il suo primato. Eppure, si può anche affermare che a livello evocativo i contenuti sono diminuiti o, meglio, si sono conformati: spesso delle espressioni ci fanno ricordare delle pubblicità piuttosto che delle esperienze personali, per cui, paradossalmente, comunicare diventa più facile è immediato, in quanto ci si riferisce allo stesso contenuto standard. Inoltre, è innegabile che ad un impoverimento del linguaggio comune, corrisponde un arrichimento di quelli specialistici, per cui parlare di una qualche forma di “involuzione” del linguaggio mi sembra quanto meno discutibile.
    In conlusione, nel parlare di linguaggio penso si debbano considerare anche quelle forme “parallele” di comunicazione che lo hanno arricchito nella sua espressione, senza alcun dubbio, e forse ( ma di questo non sono affatto convinta) anche nel suo contenuto; parlare di un processo “anti-evolutivo” del linguaggio mi sembra, quindi, poco coerente.

    4. Non so quali debbano essere i compiti della scienza, quali confini travalichi con il suo agire e quali invece eluda, ma penso che in ogni caso sia necessario distinguere tra la Scienza, intesa come un sistema di pensiero dotato NECESSARIAMENTE di risvolti pratici conformi alla sua teorizzazione, e la “scienza”, quella piccola e forse anche insulsa giustificazione a cui fanno appello i più svariati tipi umani per giustificare atteggiamenti discriminatori, etnocentrici (se proprio vogliamo) e per nascondere odi pregiudizievoli.

    Spero di non aver raccolto, con questo, troppi accidenti da persone competenti.

  2. Noemi ha detto:

    Finalmente un attimo di tranquillità e di rete che permettono una risposta a questo tuo commento..
    Anche io cercherò di risponderti con ordine, se mi riuscirà. Apro però dicendoti che in tutto quello che hai scritto non ho trovato una confutazione di ciò che ho scritto nel post, piuttosto una conferma. Per questo motivo non mi è ben chiaro l’atteggiamento o la posizione che hai assunto scrivento questo commento. Adesso però vediamo insieme perché:

    1. In questo primo punto mi scrivi che le teorie scientifiche conservano la loro validità solamente all’interno di un contesto. Partendo quindi da questo ti faccio notare che stai confermando quanto ho scritto e ti faccio notare che se delle teorie sono vere solamente all’interno di un contesto, allora, ripeto, non si può non essere relativisti. Certo, all’interno del contesto stesso se fossimo relativisti peccheremmo di incoerenza, ma non è questo che mi interessa.

    2. Per quanto riguarda il secondo punto, come tu stessa hai scritto, il tuo giudizio su una probabile domanda sulle origini è strettamente soggettiva. Ti do un po’ ragione sul fatto che possa risultare poco feconda la domanda “da dove veniamo?” però ti dico anche che forse fa parte delle domande che ognuno si pone ed è ineluttabile che sia così. Magari ci si pone la stessa domanda e lo si fa usando termini differenti, ma credo che sia una di quelle questioni che fanno parte dell’umano e che rendono l’uomo ciò che è. Forse sotto questo punto di vista potrebbe essere feconda. Si potrebbe vedere questa questione come una tappa fondamentale del cammino esistenziale di un essere umano (o almeno, di un essere umano dotato di coscienza).
    Ancora su questo punto: mi chiedi perché la domanda sulla vita non deve essere muta mentre quella sulla morte lo deve essere. Ora ti faccio anche io una domanda: perché dovrebbe valere anche per la vita? chi lo ha deciso? su quale base dovrebbe essere così? vita e morte non sono la stessa cosa, per cui non vedo perché dovrebbero essere trattate allo stesso modo.

    3.Anche qui inizio con una domanda. Mi dici che a un processo di impoverimento del linguaggio corrisponde un processo di evoluzione dei mezzi e su questo non posso non essere d’accordo. Però ti chiedo: il mezzo è il linguaggio? Io non sono convinta di sì e credo che il linguaggio esista indipendentemente dai mezzi, ma anche se ci fosse un rapporto di dipendenza, non credo si possa dire, in ogni caso, che il linguaggio è il mezzo di comunicazione.
    Anche qui, poi, finisci per darmi ragione nonostante mi accusi di incoerenza. In ciò che hai scritto mi presenti un panorama disastrato del linguaggio odierno, tanto che mi dici che i mezzi di comunicazione hanno tolto alla parola il suo primato, che era stato raggiunto invece in epoche passate attraverso l’oralità e la scrittura. Da qui deduco che tu stessa mi stai indicando un processo “anti-evolutivo”..e la coerenza?:)

    4. Su questo ultimo punto non mi sono fatta un’idea. Come diresti tu, a “fiuto”, sono d’accordo con te.

    Ti ringrazio per le osservazioni (anche quelle ironiche..). Ci si vede domani!

  3. Francesca ha detto:

    Mi hai detto che sono molto chiara nell’esporre, ma è evidente da quello che mi scrivi che non è così: le tue critiche sarebbero legittime quasi in toto – continuo a non condividere la tua concezione del linguaggio – se avessi effettivamente inteso quello che mi critichi.
    Tenterò di spiegarmi meglio e di chiarire anche quale sia la mia posizione rispetto al linguaggio.

    1. Io sono – se vogliamo usare questo termine – relativista e, come tale, ritengo che quello che oggi sappiamo in ambito scientifico non possa essere che suscettibile a modifiche, miglioramenti, confronti etc…
    Ammetto, però, anche che la scienza, in virtù della sua metodologia, possa vantare una certa indipendenza conoscitiva, che le garantisce, pena la sua scomparsa, una crescita approssimativamente costante. Questa è un’enorme ricchezza che, ritengo, essa ammette indissolubilmente nel suo stesso paradigma, fa,cioè, parte della sua stessa natura.
    Detto questo, devo fare una precisazione per quanto riguarda il termine “contesto”: temo di averne fatto un uso improprio, favorendo fraintendimenti. Con contesto intendo “sistema di riferimento” che, in fisica, ha un significato molto diverso. Ripeto, non sono competente di fisica teorica e di quantistica per cui mi risulta difficile esporre qualcosa che conosco solo nominlamente; ciò che posso dire con chiarezza è che tutta la fisica e la matematica che si studiano con sommo orrore al liceo sono valide in un sistema di riferimento di geometrie euclidee (spero si dica così!). Faccio un esempio: uno dei postulati di euclide dice che due rette sono parallele se hanno in comune una retta ad entrambe perpendicolare; questo, se si considerano le gometrie non euclidee è assolutamente falso, eppure continuiamo ad utilizzare i postulati di euclide come validi quando ci riferiamo a sistemi di riferimento euclidei.
    Anche se detto molto male, la matematica e la fisica ammettono delle funzioni, formule etc… la cui validità è strettamente legata al sistema a cui si fa riferimento, usciti dal sistema se ne devono trovare di nuove.
    Niente della matematica e della fisica viene buttato, tutto viene migliorato, precisato e contestualizzato.
    In ogni caso, su questo argomento è facile reperire trattazioni anche su internet: troveresti, se ti interessa, documenti con una argomentazione molto più chiara e puntuale della mia.

    2. A parte la questione sull’utilità della domanda sulla/e origine/i che, per l’appunto, è solo un problema di opinioni, mi sento di poterti rispondere per quanto riguarda il rapporto vita-morte. Anche qui ho sbagliato nell’uso del termine vita, ma credevo fosse abbastanza evidente, dato il contesto, che con essa mi riferivo all’origine della vita e non alla vita in sè, di cui teoricamente – anche questo sarebbe discutibile – facciamo esperienza ogni giorno.
    Dell’origine non sappiamo nulla, neanche come essa debba essere intesa, esattamente come accade per la morte. Non sappiamo neanche quale sia il confine tra vita e morte – e non-vita -, questione, questa, più culturale che biologica, di cui abbiamo testimonianza dagli attualissimi fatti di cronaca. Insomma, penso che ci troviamo nell’impossibilità assoluta di formulare una qualsiasi domanda su questi argomenti che abbia una qualche validità intersoggettiva se non nel contesto scientifico, connotando, cioè, i concetti di vita e morte di una valenza meramente biologica. E questo, per me, è privo di senso.
    Quando mi dici che fa parte dell’essere umano porsi tali questioni, ti rispondo che si, è vero, ma anche che al momento della loro formulazione esse ci si sottraggono inevitabilmente, che, per l’appunto, cadono nel silenzio. Non che il silenzio non sia già di per sè una risposta, anzi, ma va accettato per quello che è: connotarlo sarebbe inutile e pericoloso,come la storia lo dimostra.

    3. Parlando del linguaggio avevo fatto una specifica importante: con linguaggio non intendo la sua connotazione filosofica ma quella operativa. In poche parole è linguaggio tutto ciò che trasmette un messaggio sotto forma di un codice. Nel caso della scrittura o della oralità, si parla di parola solo in quanto mezzo. In questa accezione parlare di un processo in-volutivo del linguaggio mi sembra ridicolo. Non intendo, con questo, dire che i MEZZI di comunicazione siano il linguaggio, ma che essi abbiano non solo favorito la sua diffusione, ma che ne abbiano anche “arricchito” le forme espressive. Questo non implica, ovviamente, un valutazione quantitativa, al massimo qualitativa.

    Spero di essermi chiarita…
    LG

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