Parole non dette
Forse non è vero che mi manca il tempo per aggiornare il blog. Forse è una menzogna che mi racconto per non ammettere che tutto sommato credo di non avere niente da dire e se dico qualcosa ho l’impressione di non dire nulla di particolarmente importante o, ancora peggio, mi sembra di non dire nulla che non sia stato già detto. La cosa che mi consola è che questa sensazione è condivisa da tante altre persone.
Il problema credo sia nel fatto che oggi chiunque può fare (quasi) qualunque cosa. Si parte dallo scrivere poesie senza avere una minima idea di quali siano le regole per poter realmente scrivere poesie o dal definirsi pittori senza in realtà saper disegnare. Poi tutti siamo fotografi, scrittori, ma soprattutto tutti abbiamo qualcosa da dire. Da una parte è bello pensare che molto di tutto questo è più alla portata di mano di quanto lo fosse qualche tempo fa, ma forse il tutto è eccessivamente accessibile a chiunque e alla fine non resta nulla da dire.
E’ per questo che chiedo aiuto ai lettori di questo blog, per avere più stimoli intellettuali che approfondiscano la riflessione e la coscienza del mondo. Forse se siamo di più e ci aiutiamo gli uni con gli altri riusciamo veramente a dire qualcosa di non detto e di sensato. E’ vero che molto è stato già spiegato e già detto ed è anche vero che qui, in questo spazio, non tocchiamo cime altissime di pensiero, però possiamo partire da alcune domande che ci poniamo nella quotidianità per arrivare, non tanto a darci delle risposte, ma a una articolazione più approfondita della domanda.
All’università sto seguendo un corso di filosofia del linguaggio su Walter Benjamin che in una lettera a Buber rifiuta l’invito proposto da quest’ultimo a partecipare alla rivista “der Jude”. A questa rivista partecipano intellettuali ebrei che si schierano a favore dell’entrata in guerra della Germania (si parla della prima guerra mondiale). Benjamin, a ventiquattro anni, scrive questa lettera e fa un discorso molto interessante sul linguaggio. Benjamin in questa lettera si dichiara contrario a ogni letteratura politicamente attiva poiché, in parole povere e forse inappropriate, il linguaggio usato con scopi politici prepara i motivi all’interno dell’anima della persona e la spinge all’azione togliendo a questa ogni tipo di spontaneità. Per Benjamin l’errore sta nel fare della scrittura, in senso esteso, un mezzo (mittel) per l’azione poiché questo tipo di approccio alla scrittura è di per sé militaresco e non rende possibile la rivoluzione. Egli concepisce la scrittura solo come attività poetica, profetica e attinente alla cosa (sachlich). Benjamin vuole aprirsi invece alla magia del linguaggio e per far sì che ciò avvenga, bisogna eliminare l’indicibile che è ciò che si è sottratto al dire e che la parola non ha detto, poiché si tratta di muoversi all’interno della parola verso ciò che le si è negato e che solo essa può dire, poiché il nocciolo della parola è il tacere.
Forse è questo che dobbiamo fare, perché la rivoluzione non è nella politica, ma nel linguaggio stesso e se cambia il linguaggio, cambia anche il nostro modo di pensare.
Tags: Walter Benjamin
5 marzo 2009 alle 19:40
condivido premesse e conclusioni, anche se probabilmente non sono proprio la persona più adatta a parlare in questa sede: a tratti mi credo scrittore, a volte addirittura pretendo di esser fotografo, anche se la costante semmai è – con la scrittura – di essere convinto di non avere nulla da dire ma, all’occorrenza, di saperlo dire tutto sommato molto bene (la scrittura è anche, è tanto una questione tecnica. e artigianale). il che potrebbe essere un punto a mio favore.
non so: se scrivo un post al mese sul mio blog è a volte per eccesso di lavoro, più spesso per quella pigrizia (mentale e fisica) che si ostina a non tramutare gli spunti – tanti, quotidiani – in qualcosa di articolato e concreto, che sappia farsi dialogico. in ogni caso, per ritornare in carreggiata, mezzi tecnici e benessere diffuso hanno portato tantissimi a dedicare tempo ad altro che alle necessità quotidiane del vivere e del sopravvivere. in sé non è né un bene né un male, sicuramente genera più rumore di fondo, portandoci ad agire e pensare e parlare in una situazione ordinariamente caotica. bisogna sapere distinguere, esercitare critica quindi scelta, non livellare tutto allo stesso valore (perché non è così: anche se filosoficamente non saprei come articolarlo…).
del rumore di fondo fa parte anche quel linguaggio svuotato e rivoltato di significati da cui spesso ci troviamo a essere parlati, senza la capacità di capire davvero le parole che usiamo e quindi senza quindi avere la capacità di costruire pensiero che non sia mera scatola vuota, significato privo di significante. non conosco benjamin e non ho dimestichezza con il linguaggio filosofico (purtroppo), ma bisogna capire anche come declinare il tipo di discorso che tu riporti: leggere che il nocciolo della parola è il tacere mi spinge a considerare l’importanza di un silenzio recuperato al significato, come una pratica disintossicante per i nostri cervelli in overload informativo; ma sulla letteratura politicamente attiva il campo è vastissimo, anche perché dobbiamo essere sicuri di lavorare partendo dagli stessi significati (appunto…).
per esempio: il lavoro che stanno facendo i wu ming e altri scrittori italiani contemporanei (non solo le recenti riflessioni sul New Italian Epic) è sia letteratura sia azione politica. il concetto da loro usato di mitopoiesi è proprio questo, uno sforzo realmente politico e attivo, che attraversa la letteratura (e tanti altri campi dal web al giornalismo al cinema…) per costruire un immaginario collettivo che si diffonda, che raccolga e racconti storie e così facendo sia in grado di creare territori comuni, condivisi, in cui il linguaggio e le idee assumano un significato forte. ma non parlerei di letteratura come mero mezzo, mi sembrerebbe riduttivo. e probabilmente è proprio da qui che può cambiare il linguaggio, al di là dell’uso corretto delle parole e della lingua a cui tutti dovremmo prestare molta più attenzione, come ci ricorda sempre il grande gian luigi beccaria…
…miao!