So che può sembrare meschino, facile perché cumulativo, ma se ho fatto la scelta di accomunarvi in un unico referente, è perché troverei moto più artificioso e falso ripetere a tutti voi le stesse cose in mail piuttosto simili, nel contenuto sicuramente, forse non nella forma. Se così decidessi di fare, avreste tutti la stessa risposta, che cambierebbe in una o in due parole, ma non di più. Questo accadrebbe solo perché tutti voi mi siete cari e perché verso ognuno di voi mi sento in debito, per una risposta mancata, per un’assenza improvvisa. E invece no, non è così, perché io ci sono e ancora più importante è che voi ci siete. Con quanto segue, intento rispondere alle domande di tutti voi, ma non a quelle che andrebbero nel dettaglio, poiché non mi limiterò a una sterile narrazione cronachistica dei fatti, no, oggi sono ambiziosa e il mio intento è quello di fare molto di più: raccontarvi del modo. Ciò che resta, non ciò che muta, non ciò che trapassa, non ciò che non ha anima. Ciò che determina, che incide, che cambia. Lo spirito.
Sono giorni di colori intensi, nonostante la luce sia debole, fioca, come spesso mi sento anche io; non irradiante come una volta, ma una luce sottile che cerca di infilarsi in piccoli spazi, per separarli, per illuminare laddove nessuno guarda. Sono giorni di sensazioni contrastanti e dentro c’è davvero tutto: c’è che la mattina apro gli occhi su questo splendido paesaggio che lascia libero lo sguardo sulle cose e penso che non potrei desiderare altro se non di essere dove sono; c’è che spesso non afferro il senso delle cose e mollo la presa, nell’idea rassegnata che forse la ricerca non ha senso; c’è che i rapporti umani sono possibili anche laddove la lingua non è perfetta; c’è che la lingua e l’identità sono confuse, dove anche leggere diventa una domanda (in quale lingua?). E c’è tanto altro, che forse non può essere scritto, che sfugge alla parola. Vivo giornate semplici, in cui mi diletto in cucina, a fare torte, a cucinare per gli altri. Mi ridà la dimensione del dono e quella del creare. Ma anche di più: cucinare è come pitturare, guardare i colori mescolarsi, fondersi, unirsi; cucinare è materia, è sostanza, è modellare e in questo si avvicina alla scrittura. E proprio quest’ultima manca come mancate tutti voi. Mi manca il sentimento che mi porti verso di essa e ancora più spesso le parole e qualche volta la forma. La domanda più frequente, e l’unica che forse ancora mi rimane quando mi lascio andare in un accenno di slancio artistico, è A chi?, domanda che ancora non trova risposta. Forse sbaglio, perché ancor prima del sentimento dovrei assicurarmi che l’idea ci sia, ma a questo anche non so dare risposta. Poi c’è la fotografia e non è un caso, forse, che arrivi proprio adesso che la cosa che più mi piace fare è guardare, osservare. Forse mi constringo a troppo, forse non è ancora il momento di fare, quel momento che ho vissuto qualche anno fa. Anche se manca, manca come mancate tutti voi, il teatro e recitare per voi, che mi portate i fiori sotto il palco. Manca donarvi un pezzo di me, che con sincera generosità vi darei, se in certi momenti non mi sentissi così vuota di conoscenza. Sono parole piene di malinconico stupore quelle che vi dedico, ma è un dono prezioso che vi faccio e una prova di coraggio, dacché non tutti i giorni della mia vita (di questa vita attuale) riesco a sentirmi così viva. Mai mi sarei immaginata in una vita così diversa, in una città così piccola. Nei giorni trascorsi mi è capitato di pensare a quanto fossi ignara di cosa significasse realmente partire, di cosa volesse dire effettivamente tentare qualcosa di nuovo in un posto mai conosciuto, quando ho messo piede su quel treno. Credo sia normale. Qualche anno fa, una persona importante mi rimproverò la tendenza a vivere nel passato. Forse questa persona è andata via, si è allontanata per non tornare, perché mai sono riuscita a capire come si potesse vivere altrimenti. E così è adesso, ma mi sembra impossibile non vivere nel passato, se l’accadere delle cose viaggia a una velocità maggiore rispetto a quella della percezione di esse. Mi sembra inevitabile.
Manca spesso, come mancate tutti voi, la dimensione della grande città, il respiro che dà l’idea di poter essere, nella stessa giornata, in tanti posti diversi e lontani contenuti in un unico spazio. E intanto mi godo la dimensione a metà fra viaggio e abitare che sto vivendo. E c’è tanto che arriva e tanto che se ne va, tanto che fluisce e crea nuove nostalgie, nuovi ricordi, nuovi mete per viaggi futuri, nuovi affetti lontani. E’ così strano, così strano avere in sogno una nuova città come scenario. E’ strano avere già tanti ricordi qui, camminare per queste strade e ricordarsi. Spesso mi chiedete quando torno, ma più che tornare e raccontare, sarei felice di mostrarmi a voi ora, fra queste mura, in questa natura, per queste strade. E una parte vi arriva, vi arriva attraverso queste parole. Vi arriva attraverso la nostalgia che ho di voi, di me con voi, della nostra vita insieme, del quotidiano che non sarà più lo stesso, ma porterà un peso in più, che renderà tutto più cosciente, più blu. Chissà se ci rincontreremo tutti, un giorno. Chissà dove. Chissà se saremo di nuovo tutti assieme, come i vecchi tempi. Per alcuni non sarà possibile ed è bello così. Chissà se tornare è possibile e chissà che vuol dire la parola ritorno. Io vi lascio andare, dove volete, nelle più remote distanze, perché so che ci siete, adesso e sempre. Con me.
Spero di sapervi stare bene. (E questa frase ha due direzioni).
“Ogni ritorno è una falsa partenza, l’illusione di un movimento”
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Canto notturno (di un pastore errante dell'aria),
Roberto Vecchioni